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Diritto al cibo e libertà di viverlo serenamente

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Il quadro normativo

Oggi è la giornata Mondiale dell’alimentazione e quest’anno si é voluto utilizzare il plurale “cibi”: sono tanti, infatti, i possibili modi di alimentarsi, tutti dovrebbero avere in comune l’accessibilità e l’essere tali da garantire uno stile di vita sano e dignitoso.

Non a caso il diritto al cibo é contemplato dall’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e anche da altre fonti internazionali (si pensi al Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali o alla Convenzione sui diritti dell’Infanzia).

Al contrario, il nostro ordinamento non lo prevede espressamente. Risale al 2015 la proposta di legge costituzionale per modificare il testo dell’art. 32 della Costituzione (il diritto alla salute) inserendo al suo interno un esplicito riconoscimento del diritto al cibo; tuttavia la proposta venne respinta.

Il cibo come un diritto

Al cibo si collegano numerose questioni: il diritto alla scelta, fortemente influenzato dalle condizioni economiche di ciascuno e, dunque, dall’accessibilità finanziaria, il tema della biodiversità e della disponibilità (che rimanda a quello della sostenibilità e dello spreco), il problema dell’adeguatezza e della sicurezza alimentare.

Il cibo, inoltre, evoca la dimensione del paradosso: ogni anno milioni di persone muoiono a causa della malnutrizione, al tempo stesso continuano ad aumentare i casi di sovrappeso e obesità, con numerose ripercussioni sulla salute e sul sistema sanitario nazionale.

Nella giornata mondiale dell’alimentazione desidero sottolineare un diverso significato del diritto al cibo. Nulla che abbia a che fare con la carenza di risorse alimentari o con il suo opposto, cioè l’abbondanza di cibo grasso o cibo “spazzatura”: mi riferisco alla capacità di vivere l’alimentazione in modo sano e consapevole. Dove manca questa attitudine possono insorgere malattie come i disturbi del comportamento alimentare. Proviamo per un attimo a pensare agli oltre 3 milioni e mezzo di nostri connazionali che ne soffrono e chiediamoci se a queste persone non piacerebbe avere un rapporto più sereno con il cibo, imparare un modo nuovo, sano e sostenibile per se stessi di alimentarsi. In sintesi, curarsi.

Perché parlare dei disturbi alimentari proprio oggi?

Perché non bisogna ricordarsene solo in occasione della giornata del fiocchetto lilla, si rischia di non cogliere il profondo legame tra cibo e salute.

Così, come é doveroso discorrere di obesità in una ricorrenza originariamente voluta dalla FAO per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della fame e della scarsità delle risorse alimentari, allo stesso modo é opportuno trattare tutte le questioni connesse al cibo. I DCA rappresentano innegabilmente un problema di sanità pubblica che rischia di vanificare la tutela costituzionale del diritto alla salute. Ecco perché bisogna parlarne anche oggi.

Dopo la pandemia, il nostro Paese ha registrato due pericolose impennate: verso l’alto, con un aumento del 30% dei casi di DCA, verso il basso, stante il continuo abbassamento dell’età a partire dalla quale compaiono questi disturbi (8/9 anni).

Una vera e propria emergenza sanitaria e sociale che non ha ricevuto sufficiente attenzione. Siamo reduci da un mancato rinnovo nella legge di Bilancio del 2024 di uno stanziamento pari a 25 milioni di euro destinati ai DCA a partire dal 2022. Risultato: decine di ambulatori chiusi, circa 22.000 pazienti, soprattutto al centro e al sud, privati della possibilità di curarsi.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità sul territorio italiano sono presenti 135 centri specializzati nel trattamento dei disturbi alimentari.

Problema 1: molti di questi non offrono assistenza residenziale o semi residenziale (spesso indispensabile per intraprendere la strada della guarigione).

Problema 2: solo la metà accetta la presa in carico di minori di anni 14. E i giovani pazienti, sempre più piccoli e numerosi, dove li mettiamo? Tutti in cura da specialisti a pagamento a colpi di 130 euro a seduta?

La situazione sta degenerando, i dati preoccupano eppure continuano a prevalere le diagnosi rispetto agli interventi preventivi. Nell’ipotesi migliore si intraprende un trattamento quando la persona è già malata, nella peggiore il paziente rientra in liste d’attesa interminabili. Come del resto accade negli ultimi anni per qualsiasi visita con il servizio sanitario nazionale.

Perché parlarne a scuola?

Perché …

riguarda loro, ragazze e ragazzi;

nel nostro Paese è la seconda causa di morte dei giovani dai 12 ai 15 anni dopo gli incidenti stradali;

non da ultimo, è un bisogno al quale la scuola ha il dovere di dare risposta.

Il prossimo 21 ottobre FoodNet presenterà presso la sala stampa della Camera dei Deputati le Linee guida per attuare interventi di prevenzione dei Disturbi del Comportamento Alimentare nelle scuole. Un documento rivolto a dirigenti e docenti sensibili alla tematica, dunque non solo gli addetti ai lavori, che verrà poi inviato ai Ministeri della salute e dell’istruzione.

Obiettivo: trasformare la scuola in un luogo di prevenzione nella consapevolezza della scarsa accessibilità delle cure.

E così ripenso

Alla Dottoressa Caruso e Pasquini, al Dott. Manara e Lombardi, aIl’Istituto Richiedei e la Casa di cura A.Moro. Potrei continuare con l’elenco di dottori e centri che ho frequentato nella mia adolescenza, gli anni più belli per molti, non certo per me.

In quel periodo “mangiavo l’amore”, come direbbe la Dottoressa Caruso. Me ne sono vergognata per tanto tempo ma é anche grazie a questa esperienza se nel mio presente cerco sempre di trattare con delicatezza chi ho di fronte ed evito qualsiasi commento superficiale.

Ognuno di noi, celata da una apparente quiete (il “normopeso”, un termine spesso utilizzato con la sottoscritta), potrebbe nascondere una battaglia con se stesso. Non ne abbiamo la certezza ma abbiamo il dovere di porvi attenzione.

“Duty to take care”, direbbe la mia amata professoressa di filosofia al Liceo, che mi ha dedicato ore del suo tempo libero per “tirar fuori” ciò che sapevo ma non volevo ammettere, un’ostetrica dell’anima impeccabile. Il suo intervento pedagogico per me ha significato tantissimo.

Ecco perché nella giornata dell’alimentazione, senza alcun fiocchetto lilla da mostrare, ritengo si debba proclamare a gran voce il diritto al cibo nelle sue molteplici declinazioni.

Tra queste rientrano anche il diritto ad avere un rapporto sano con gli alimenti e quello di ricevere le cure e le attenzioni necessarie per poterlo instaurare.

Ti abbraccio

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