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Nessuna eroina. Madri

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La maternità come un gesto eroico

“A casa ripeteva il discorso con me. Le mamme possono fare tutto, non sentiamoci in colpa”. Sono le parole di Alice Boselli, che pochi giorni fa ha discusso la sua tesi di laurea con il figlio in braccio.
Un’immagine silenziosa ma potente con la quale Alice ha voluto rappresentare gli sforzi di chi fatica a ricoprire più ruoli in assenza di un sistema capace di accogliere e supportare la maternità.
La volontà di testimoniare la determinazione delle madri e il desiderio di perseguire i propri sogni nonostante la maternità.
L’invito a ripensare i luoghi della formazione e del lavoro in un’ottica più inclusiva.

Queste le intenzioni della protagonista della vicenda e i numerosi commenti nei quali mi sono imbattuta.

Come spesso mi capita, mi ritrovo a pensarla diversamente e mi sento distante da un’interpretazione idealizzata che fa della maternità un gesto eroico.

Una madre non può fare tutto

Probabilmente molte donne si saranno riconosciute e identificate nella storia di Alice sentendosi meno sole.
Al contrario, forse perché sono stata seduta al banco dei laureandi ma anche a quello della commissione, ho provato un forte disagio nel pensare di discutere la tesi di laurea con mia figlia avvinghiata al collo.

Questa, per me, non è l’immagine della resilienza materna ma del carico mentale che le madri indossano quotidianamente come uno zainetto appendice del loro corpo.
É la testimonianza del fallimento del nostro sistema sociale incapace di considerare la maternità un tassello -meraviglioso ma uno dei tanti- dell’identità di una persona.

Dimostrare ed esibire la fatica dell’essere madri contribuisce a diffonderne una visione in chiave eroica, come se la maternità fosse ontologicamente connotata da sacrifici straordinari. Così facendo si rischia di rafforzare, non denunciare, l’immagine delle donne che “possono tutto”.
E invece no, una madre non può tutto semplicemente perché è una persona con limiti, desideri ed esigenze che esulano e precedono la sua nascita come madre (la matrescenza, ricordi? ).

Ben vengano tenacia e forza di volontà ma descriverle come doti indispensabili per vivere la condizione materna può essere estremamente pericoloso. Si rischia di sacralizzare la maternità trasformando la questione in un fatto personale (si tratta, invece, di un fatto di giustizia sociale).

Una sorta di “volere é potere” che fa delle madri le paladine della genitorialità e deresponsabilizza il contesto. Come a dire: dove manca un adeguato welfare familiare, ci pensano loro, le eroine del sacrificio, dell’abnegazione e del multitasking.

Autogoal.

La vera rivoluzione: normalizzare la maternità

Non trovo rivoluzionario concludere il percorso di studi con un bambino di 5 anni seduto innanzi a una commissione di adulti ad ascoltare discorsi a lui incomprensibili.

Una scena esemplare da mostrare? A chi?

Una madre non può pretendere che quel momento sia solo suo e condividerlo con la sua famiglia, prole compresa, seduta tra le file del pubblico?

Una donna non può essere semplicemente una laureanda senza portare con sé il marchio di care giver in ogni dove?

La vera rivoluzione accadrà quando la maternità verrà normalizzata come una delle possibili esperienze che una donna può vivere nel corso della sua esistenza. Una tra tante.

Quando distribuire equamente gli oneri di cura tra entrambi i genitori sarà la regola.

Quando smetteremo di leggere articoli come questo per una semplice ragione: non ce ne sarà più alcun bisogno.

Continuando di questo passo succederà tra tanti, troppi anni. Fino ad allora, smettiamola di insegnare alle nostre figlie ad essere combattive e resistenti sino allo sfinimento.

Volere tutto è cosa ben diversa dal poterlo fare: ci vogliono forza per accettare i propri limiti, coraggio per esercitare i diritti che ci spettano e saggezza per fare un passo indietro anche a costo di sembrare fragili ed egoiste. 

Io la chiamo la “forza del pretendere” ed è ciò che auguro alle mie figlie.

Ti abbraccio.

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