Maggio é il mese della festa della mamma ma é anche il periodo in cui si celebra il lavoro, una delle assi portanti della narrativa sulle condizioni di vita delle madri moderne. Ecco perché è proprio da “madri e lavoro” che intendo partire oggi nell’inaugurare un viaggio in più tappe sul tema del lavoro. Ho selezionato alcune tematiche, quelle di cui ho maggior conoscenza e che forse mi stanno più a cuore, solo alcuni tasselli di un mosaico ben più complesso.
Madri e lavoro
Come ogni anno assistiamo ad un moltiplicarsi di conferenze e workshop dedicati alla maternità; ci si confronta, si approfondisce, si riflette…il solito scenografico pinkwashing e poi … nulla, non cambia nulla.
Le madri continuano ad essere ben istruite e a occuparsi dei lavori di cura.
Maternità e lavoro: due conoscenti che si frequentano occasionalmente.
Le madri si dimettono, per le poche che lavorano la carriera é una corsa ad ostacoli che comporta un’immensa fatica.
Secondo una recente ricerca commissionata da Welch’s e condotta su 2.000 mamme lavoratrici americane con figli tra i 5 e i 12 anni a una mamma servono in media 98 ore settimanali per gestire figli, casa e lavoro. Un po’ come avere 2,5 lavori full time: la giornata inizia alle 6:23 del mattino e termina, se così si può dire, alle 20:31.
Intanto il tasso di natalità nel nostro Paese é ai minimi storici nonostante il desiderio di maternità delle donne italiane sia più del doppio rispetto al tasso di fertilità effettivo secondo l’ISTAT. Un dato raccapricciante, la traduzione numerica di una scelta sofferta. Quella di chi vorrebbe diventare genitore ma non può, nel timore della povertà strettamente connessa alla difficile conciliazione tra famiglia e lavoro.
Giungiamo così al nocciolo della questione: l’occupazione femminile, di quasi 18 punti inferiore a quella maschile secondo il Rendiconto di genere presentato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
Si registra un simile scarto anche sul fronte economico con la retribuzione media giornaliera di una donna il 20% più bassa di quella suoi colleghi. (A tal proposito ti segnalo l’interessante Survey L.E.I. – Lavoro, Equità, Inclusione- 2024 diffusa da Fondazione Libellula: ben l’84% delle madri ha sperimentato il gender pay gap nei primi 3 anni di vita dei loro figli).
La conclusione é semplicissima: tutte le donne pagano a caro prezzo il loro essere madri, in atto o in potenza.
“Vi assumeremo dopo la maternità”.
É il messaggio inviato dall’Amministrazione pubblica della Regione Lazio ad alcune infermiere vincitrici di un concorso pubblico nel novembre del 2024, non nel secolo scorso.
Una semplice pec per posticipare l’avvio del rapporto di lavoro (la firma del contratto con il quale si viene assunte) al termine della maternità obbligatoria. Quei 5 mesi riconosciuti dalla legge alle donne incinte diventano un diritto negato dallo Stato. Mi balzano alla mente le parole di Riccarda Zezza, madre, imprenditrice tra le prime ad evidenziare come la maternità sia un valore aggiunto, non un problema.
“Un Paese che non è capace di mettere in campo tutti i propri giocatori e che non se ne accorge continua, in giacca e cravatta, a perdere la partita del progresso“.
Lavoro e genitorialità
Allarghiamo ora la nostra indagine al tema della genitorialità, pena il rischio di perpetuare la rigida suddivisione di ruoli e dimenticare che anche gli uomini scontano un ingiusto prezzo nel divenire padri.
Il caso delle infermiere laziali é l’esempio di come si possa eludere l’applicazione di norme che tutelano le madri lavoratrici. Un’ingiustizia.
Ma esistono anche ipotesi in cui é lo stesso legislatore ad avere pensato e scritto una disciplina profondamente sbagliata.
Un esempio.
A una mamma o un papà italiani conviene dimettersi entro il primo anno d’età del figlio. Prendere la NASPI come lavoratori disoccupati (l’indennità di disoccupazione alla quale si ha diritto quando si hanno ulteriori ordinari requisiti minimi contributivi di legge), dal punto di vista economico, conviene rispetto a usufruire di un congedo parentale per conservare il proprio posto di lavoro. Il paradosso di norme irragionevoli in base alle quali, mentre il congedo parentale vale solo il 30% della retribuzione media mensile, la NASPI vale in media il 75% di un importo predeterminato annualmente + il 25% di un altro importo nei limiti di un massimale mensile che nel 2025 è di 1.562,82 euro.
Le dimissioni pongono il problema della ricerca di una nuova occupazione, ma tante persone non possono accontentarsi di quel misero 30% nell’attesa di rientrare al lavoro.
Norme irragionevoli che incentivano il neo genitore a stare a casa, soprattutto quando non si dispone dell’aiuto di familiari e si è consapevoli che, terminato il congedo, lo stipendio verrà direttamente versato a babysitter o asilo nido. Non mi soffermo su un’altra ingiusta normativa, quella che riconosce ai padri solo 10 giorni di congedo contro i 5 mesi delle madri avendo già trattato l’argomento quihttps://www.personamamma.it/nei-panni-di-un-papa/
Anche in questo caso la conclusione è piuttosto evidente: un lavoro che non garantisce il tempo per essere genitore (essere, non solo fare) non rispecchia la concezione del lavoro alla base della nostra Costituzione.
Non c’è nulla di dignitoso nei lavori precari e mal retribuiti; non vedo come il lavoro possa essere uno strumento di elevazione sociale quando pone il lavoratore innanzi al bivio “famiglia o carriera”.
Eppure sono tante le persone che non si arrendono all’idea che volersi prendere cura dei figli sia incompatibile con realizzazione personale e indipendenza economica.
Il mondo del lavoro va riparato affinché si ritorni a una idea più equa e dignitosa dello stesso. Sfida complessa, non missione impossibile: trasformare le eccezioni in regole. Affinché storie come quella di Maia Ottogalli, manager di Danone che ha ricevuto una promozione proprio prima di andare in congedo obbligatorio per la sua terza gravidanza, cessino di stupirci diventando lo specchio di un diverso modo di fare impresa, che dia spazio e supporto alla genitorialità.
Ti abbraccio.







