Quali diritti in concreto?
Seconda parte
Educazione inclusiva e accessibilità
Il blog di mercoledì si è concluso con il riferimento alle difficili condizioni di accesso ai programmi di formazione.
Come garantire piena indipendenza e autonomia di scelta senza un’educazione inclusiva che risponda alle specifiche esigenze delle ragazze con disabilità?
L’istruzione non può essere un costo esclusivamente a carico delle famiglie; chiunque deve poter studiare anche attraverso finanziamenti pubblici. Inoltre è necessario investire sulla formazione continua di docenti capaci di valorizzare le peculiarità individuali, affinché la disabilità non diventi un ostacolo nel percorso di crescita e nell’esercizio dei diritti di tali persone.
Un discorso a sé merita l’area STEM, settore disciplinare caratterizzato da pregiudizi di genere nel quale le donne con disabilità sono particolarmente penalizzate. Dall’indagine condotta per redigere il Manifesto emerge che il 29% delle intervistate fatica ad accedere alle informazioni online per la scarsa cultura digitale, rinunciando così all’utilizzo delle nuove tecnologie. Il tutto a scapito di una vita indipendente.
Purtroppo il problema dell’accessibilità non si manifesta solo in relazione alle informazioni, ma anche in rapporto agli ambienti. Il 46,8% delle donne coinvolte nell’indagine ha dichiarato di aver incontrato difficoltà ad accedere agli edifici pubblici mentre il 38,6% ha trovato inaccessibili i servizi di trasporto pubblico.
Impensabile raggiungere l’obiettivo dell’inclusione nella comunità in assenza di infrastrutture che consentano alle donne con disabilità di usufruire di servizi e supporti. La realtà, purtroppo, ci fornisce ancora troppi casi di segregazione e isolamento. Al contrario, servono soluzioni che incentivino l’autonomia e la libertà di movimento delle donne.
Salute e sicurezza
Ho già affrontato in passato la questione della medicina di genere, evidenziando la necessità di invertire la tendenza dei sistemi sanitari a porre in secondo piano la donna nella ricerca scientifica. Gli studi sulla salute non solo devono includere indicatori di genere, ma anche dar conto della disabilità per fornire una rappresentazione veritiera della popolazione.
Il 46,6% delle persone coinvolte nell’indagine ha incontrato difficoltà nella fruizione dei servizi medici, il 38,6% nell’accesso ai farmaci.
Di fronte a quel 72% che ha espresso il bisogno di prestazioni sanitarie continuative a fronte della propria condizione di salute é doveroso implementare gli standard dell’assistenza sanitaria e promuoverne la sostenibilità finanziaria affinché le donne con disabilità possano far fronte alle spese sanitarie non rimborsabili.
Queste considerazioni si estendono anche ai caregivers: su 130 madri di persone con disabilità che hanno partecipato all’indagine, solo 16 hanno dichiarato di aver regolare accesso a supporti gratuiti e specifici.
Concedimi una parentesi: retaggi culturali e modelli di assistenza tradizionali fanno sì che siano le donne normalmente ad occuparsi delle persone con disabilità. Un compito di cura senza orari, garanzie e riconoscimenti che rimane nascosto nell’ombra del lavoro non retribuito.
Infine, non si può dimenticare il diritto all’assistenza sanitaria di salute sessuale e riproduttiva. Sotto questo punto di vista, le donne con disabilità devono poter essere libere di autodeterminarsi. Questo significa, da un lato, riconoscere loro il diritto a formare un nucleo famigliare, contrarre matrimonio e diventare madri, assicurando loro un’adeguata assistenza ginecologica; dall’altro sottrarle a pratiche come la sterilizzazione e l’aborto forzati o il matrimonio infantile.
Tutto questo nell’ottica del rispetto del principio di integrità della persona e di autonomia di scelta sul proprio corpo.
Tornerò su questo aspetto, ma sei a conoscenza del fatto che la legislazione di molti Paesi europei consente ancora la sterilizzazione forzata nonostante le contrarie indicazioni comunitarie? Una forma legalizzata di violenza e sfruttamento dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne.
Infine, non si può non menzionare la sicurezza e la lotta alla violenza di genere, tema che riguarda tutte le donne ma che richiede una particolare attenzione quando si parla di disabilità e di persone fragili.
A tal proposito la Convenzione di Istanbul, la risposta giuridica contro qualsiasi violenza sulle donne, andrebbe letta, studiata e interpretata anche nella prospettiva delle donne con disabilità.
Abilismo
Di certo non ho esaurito l’elenco dei diritti che meriterebbero una tutela rafforzata; per il momento, concludo con la questione dell’abilismo che ritengo essere il filo conduttore nel discorso sulla disabilità.
Valutare un individuo sulla base di parametri di cosiddetta “normalità”: aspetto fisico, intelligenza, comportamento vengono paragonati a un’ipotetico idealtipo.
Bene, il 37,5% delle partecipanti al sondaggio percepisce questo giudizio come un fattore di oppressione delle loro vite.
A titolo esemplificativo, in rapporto al diritto alla salute, il 42% delle intervistate ha rilevato la mancanza di una comunicazione corretta e imparziale con il personale medico e, in alcuni casi, anche l’utilizzo del linguaggio abilista da parte di operatori sanitari, soprattutto in presenza di disabilità intellettive e invisibili.
Purtroppo non c’è settore esente da questa ingiusta tendenza. Pensiamo ai social media: essere é apparire, la desiderabilità sociale passa attraverso immagini precostituite e produttività.
Cosa accade alle persone che non rispecchiano i canoni estetici imposti o che non possono essere altamente performanti? Le gettiamo dal monte Taigeto?
Mentre alcuni ritengono che l’abitudine spartana di buttare i bambini deformi dal monte sia solo una leggenda priva di fondamento, é sotto gli occhi di tutti l’esistenza di un enorme Taigeto virtuale, ancor più pericoloso perché non si vede.
Ti abbraccio







