Empowerment

Kintsukuroi: l’arte giapponese di curare le ferite dell’anima

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Anni fa una mia studentessa di quinta si presentò alla maturità con una tesina intitolata “Kintsukuroi: l’arte giapponese di curare le ferite dell’anima”.

Come sua tutor mi resi conto di saperne ben poco, così decisi di leggere il libro al quale la mia alunna si era ispirata, un volume interessante dello psicologo spagnolo T. Navarro.

Scoprii il mondo del kintsugi, antica arte orientale che consiste nel riparare vasellame rotto saldando i cocci senza nascondere le crepe ma riempiendole di un collante misto a oro liquido.

In tal modo le fratture vengono esaltate come segno inconfondibile della fragilità ma anche della resistenza dell’oggetto.

E ora penserai: “cosa c’entra questo con l’empowerment personale?”

Non trovo metafora più efficace per descrivere ciò a cui tutte noi dovremmo ambire.

Mamme fortemente fragili. Mamme fragilmente resistenti.

Mamme rotte e stropicciate che troppo spesso si nascondono dietro a trucchi e sorrisi di circostanza.

Mamme in continua lotta con la paura di non essere abbastanza.

Persone che non mostrano le proprie ferite, a volte se ne vergognano, nella convinzione che, da mamme appunto, non ci si possa permettere alcuna debolezza.

E’ SBAGLIATO.

La vita di ciascuno di noi, uomo o donna, genitore o meno, è costellata da eventi traumatici e circostanze tristi. Il ruolo di mamma accresce incredibilmente le occasioni di gioia ma  moltiplica anche fatiche, preoccupazioni e incidenti di percorso.

Nascondere tutto ciò dietro a un velo di cipria sul presupposto che la mamma debba essere forte a tutti i costi, come una leonessa con i suoi cuccioli, è un’abitudine tanto malsana quanto consolidata, figlia di un retaggio culturale che andrebbe smantellato.

Ed ecco lo straordinario potenziale del kintsukoroi: non si tratta solo di essere resilienti e reagire in modo costruttivo agli eventi negativi; occorre prendere in mano la propria esistenza e abbracciare le nostre ferite che ci rendono uniche ed irripetibili.

Non celare una cicatrice ma impreziosirla, riconoscendole dignità e valore. Perché senza di lei non saremmo noi.

So di essere impopolare in un mondo in cui ciò che ci allontana dall’ideale di perfezione viene spesso cestinato.

Ma intoppi, rotture, cedimenti sono parte integrante del nostro percorso di crescita e lo saranno anche per i nostri figli.

Praticando l’accettazione delle difficoltà esercitiamo il diritto all’autenticità e all’imperfezione, come PERSONE.

Al tempo stesso, come MAMME, regaliamo ai nostri figli un meraviglioso esempio da seguire.

Ma come fare in concreto? Se mi hai già letta in altre occasioni, saprai che amo tradurre nella pratica le mie riflessioni. Ti invito, pertanto, a un esercizio che ritengo utile.

Quando qualcosa ti mette in difficoltà, dagli un nome munita di carta e penna. Ascoltati e scrivi ciò che provi.

In seguito leggi, rileggi e mastica le tue riflessioni, per allineare l’asse mente, cuore e pancia.

Solo così quella situazione smetterà di essere un nemico da sconfiggere, trasformandosi in un’occasione per renderti più forte e capace di gestire le tue emozioni, per quanto sgradevoli possano essere.

Concludo con le magnifiche parole di T. Terzani.

“Eliminando la sofferenza al suo primo insorgere, l’uomo moderno si nega la possibilità di prendere coscienza del dolore e della straordinaria bellezza del suo contrario: il non dolore”.

Ti abbraccio con l’augurio che, d’ora in poi, ci sia più oro nelle tue crepe.

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Francesca Garatti
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