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La meraviglia della disconnessione

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La petizione di Pellai e Novara

La scorsa settimana ti ho parlato della petizione firmata dallo psicoterapeuta Alberto Pellai e dal pedagogista Daniele Novara.

Obiettivo: rivolgersi alle istituzioni affinché vengano vietati gli smartphone agli under 14 e i social fino ai 16.

La petizione é stata lanciata su change.org il 10 settembre, proprio nel giorno in cui é uscito in Italia il libro dello psicologo americano Jonathan Haidt “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli”.

Basta leggere o ascoltare un qualsiasi intervento di Pellai per comprendere i rischi connessi all’uso precoce delle nuove tecnologie: deficit di attenzione e concentrazione, diminuzione delle relazioni sociali, disturbi del sonno. L’elenco é spaventoso.

Non si tratta di opinioni personali, sono evidenze scientifiche. Eppure, in poco più di una settimana, tanti genitori si sono detti contrari a tale proposta, principalmente perché ritengono che non sia corretto imporre divieti in età evolutiva. Non servirebbe a nulla.

Ho seguito il dibattito che ne è scaturito; la frase che meglio riassume la posizione di chi chiede limiti più severi in materia é stata pronunciata proprio da Pellai: “Non si tratta di reprimere, ma di proteggere”.

Vediamo il perché.

Dati che preoccupano

Recentemente Save the Children ha lanciato un grido di allarme: la metà dei giovani italiani tra gli 11 e i 19 anni passa oltre 5 ore al giorno online. Non ci è dato sapere se queste ore si collocano nel pomeriggio (a scapito di attività sportive, studio e relazioni sociali), la mattina (e poi ci meravigliamo perché non seguono le lezioni?) oppure la sera (ma quando riposano?): 5 ore sono tante, troppe.

A quell’età, la vita sarebbe da mordere con l’entusiasmo del sognatore. Invece ci ritroviamo giovani che rinunciano a interi pezzi di esistenza per scrollare uno schermo che, non di rado, propone fake news e immagini ritoccate facendo sentire chiunque un perfetto sfigato.

Anche l’Istituto superiore di Sanità ha evidenziato l’uso problematico degli smartphone da parte di bambini e adolescenti. Dopo la pandemia, nonostante la ripresa dei contatti interpersonali, sono aumentati malessere psicologico e difficoltà relazionali tra i giovani, incapaci di socializzare senza la mediazione di un device.

Cosa dire della pubertà precoce? Negli ultimi anni si è assistito a un incremento del numero di bambine che presentano la prima mestruazione in giovane età. Una ricerca svolta dal reparto pediatrico dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma ha identificato, tra le cause di questo fenomeno, sedentarietà e eccessivo utilizzo di dispositivi elettronici. In particolare, è stata individuata una correlazione tra la luce di smartphone e tablet e l’alterazione ormonale tipica della pubertà precoce.

Non da ultime, la scarsa capacità di concentrazione figlia dell’impulso incontrollabile a scrollare, difficoltà di apprendimento, impoverimento lessicale, disaffezione alla lettura (spesso connessa all’iper utilizzo degli smartphone).

Un quadro non esattamente idilliaco.

Nel mondo adulto le cose non sono molto diverse.

L’utilizzo delle tecnologie in molti ambiti lavorativi dal covid in poi ha reso sempre più labile il confine tra vita privata e professionale: notifiche, mail, messaggi a tutte le ore, teste sempre accese.

Difficile porre limiti all’altrui tempo digitale quando non coincide con il proprio. Si corre il rischio di passare per quelli non produttivi, poco efficienti. Un’onta al giorno d’oggi.

L’inversione di tendenza

I dati non sono certo confortanti; tuttavia si colgono segnali di una inversione di tendenza. Qualche esempio. Con la ripresa dell’anno scolastico, nelle scuole primarie e secondarie di primo grado sono stati vietati i dispositivi elettronici a seguito della circolare adottata a luglio dal Ministro dell’Istruzione Valditara.

Varcando il confine e andando in Svizzera, troviamo numerose scuole smartphone free e iniziative tese a promuovere le relazioni nel mondo reale tra gli studenti. In questi casi, l’intervallo torna ad essere un momento di confronto con i compagni, non l’occasione per essere ipnotizzati da uno smartphone o per chattare con persone in altri luoghi ignorando chi ti sta accanto.

Ti ho già parlato dei party letterari, nati a New York e presto diffusi in molte altre città. Momenti di lettura condivisa lontani dalle tecnologie che testimoniano la profonda necessità di ritrovare il contatto umano e dialogare senza un tramite digitale. A conferma che un buon libro e la compagnia di una persona sono una valida alternativa alla relazione duale e passiva con uno schermo.

Ancora: tra qualche settimana sarà possibile acquistare il Barbie Phone prodotto da Mattel e da HMD (l’azienda dei Nokia, per intenderci). Rigorosamente rosa, sarà dotato solo di una fotocamera e nulla più: niente connessione, un invito a disintossicarsi dal mondo social.

Il diritto alla disconnessione

Crescono le richieste di disconnessione non solo tra la Gen Z, ma anche dal mondo adulto al punto che il tema é stato oggetto di interventi legislativi in alcuni Paesi.

É il caso dell’Australia che ha sancito il diritto alla disconnessione per i dipendenti dal 26 agosto: d’ora in poi potranno rifiutarsi di controllare, leggere o rispondere alle email di datori e responsabili al di fuori dell’orario di lavoro. Un primo passo verso la restituzione di un tempo privato di qualità.

Anche in alcuni Paesi europei, si pensi alla Francia, Spagna e Belgio, esistono norme simili.

Quanto all’Italia, si è parlato per la prima volta di disconnessione con la cosiddetta legge sullo smart working, la legge 81/2017. In seguito il decreto 30 del 13 marzo 2021 ha previsto espressamente la disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche per tutelare la salute e il diritto al riposo del lavoratore. Tuttavia, a differenza dall’ordinamento francese, il tema richiede ancora di essere attenzionato dal nostro legislatore affinché sia chiaro a tutti che si tratta di un vero e proprio diritto.

I tempi della tecnica non sono i tempi dell’uomo

Perché siamo arrivati a questo?

Riflettiamo sul contesto in cui viviamo: efficienza, produttiva, funzionalità e velocizzazione del tempo sono il mantra delle nostre vite.

Ci viene costantemente chiesta una performance spinta e questo produce ambienti competitivi e relazioni interpersonali ostili.

E l’empatia, la gentilezza, la compassione? Non c’è posto per loro se ci si omologa alle regole di mercato, dominate dall’economia a sua volta schiava della tecnica.

Come ha recentemente sottolineato il Prof. Galimberti in un suo intervento al Festival della Bellezza al quale ho avuto la fortuna di assistere, non siamo all’altezza della temporalità che ci impone la tecnica.

In questo modo diveniamo schiavi della tecnica e gli strumenti digitali non sono più il mezzo per perseguire un fine, sono essi stessi il fine. Sempre più evoluti, veloci e prestazionali.

Non si tratta, dunque, di un ritorno al rigido proibizionismo, l’intento è rendere meno invasive le nuove tecnologie recuperando il piacere delle cose semplici. Perché pausa e out of order non possono essere un lusso.

Concludo con un giovane che rappresenta un messaggio di speranza, Edoardo Prati.
Proprio ieri ho ascoltato il discorso che ha pronunciato alla cerimonia di inaugurazione del nuovo anno scolastico.

“E noi, che ci apprestiamo ad iniziare questo nuovo anno … non siamo solo il futuro del Paese, siamo il presente. Siamo con le nostre storie, i nostri amori, le nostre battaglie, un tentativo di cultura agita”.

I ragazzi sono il presente, non solo il nostro futuro. Esseri umani che, in quanto tali, non sono programmati per non fermarsi mai e restare sempre online.

É la necessità di tutelare il loro presente che ci induce a cambiare rotta ed evolverci a livello culturale, superando lo stadio precedente. É l’etica del trascendimento dell’antropologo Ernesto de Martino secondo il quale “l’ethos del trascendente definisce la presenza come il dover essere fondamentale nell’uomo, dobbiamo essere al centro delle nostre decisioni, dobbiamo continuare in quanto uomini a decidere il nostro mondo”, anche a  costo di cambiarlo.

Non per reprimere ma per proteggere, appunto.

Ti abbraccio

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1 Commento. Nuovo commento

  • Nel tuo dna c’è la scrittura…. complimenti. Continua su questa strada sarai presto ascoltata da molte persone….. è il mio più grande desiderio

    Rispondi

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