Quando sono nate le mie figlie l’attenzione è stata tutta per loro. Seguivano poi domande rivolte alla sottoscritta: “e la ferita del cesareo? Arrivato il latte? Dormi la notte?” Bastano le dita di una mano per contare le persone lungimiranti che si sono ricordate di chiedere a mio marito come stesse.
Alla nascita di Sole Federico è stato sempre accanto a me, 29 lunghissime ore di sala parto terminate con un cesareo d’urgenza. Evidentemente, almeno secondo la mentalità comune, é fisiologico che l’uomo assista impotente al dolore della propria compagna. Che senso avrebbe, dunque, rivolgergli uno sguardo attento? In quest’ottica la virilità maschile mal si sposa con fragilità e vulnerabilità alla luce di un codice di genere che inibisce agli uomini il contatto con la propria interiorità. Eccolo, il peccato originale alla base di qualsiasi forma di analfabetismo emotivo di cui molti padri, non per colpa ma per ragioni culturali, sono affetti. Padri incapaci di addentrarsi nei meandri del cuore perché educati a non farlo.
Abbiamo già visto insieme (blog sui congedi) come divenire genitore sia profondamente diverso per mamma e papà. La donna, aiutata dalle trasformazioni che avvengono durante la gravidanza, riesce a sintonizzarsi più facilmente con il neonato mostrando una maggior attitudine a decifrarne i bisogni. Per l’uomo la faccenda si complica: ha bisogno di tempo, quel tempo che il sistema non offre. Servono contatto costante ed esperienza per poter vivere la relazione con il figlio, un rapporto in cui “l’esserci” é di gran lunga più importante del “fare”.
Diventare padre, allora, significa forzare la chiave di quel bagaglio emotivo a molti sconosciuto, lasciando il certo per l’incerto. Questo, per molti papà, è sinonimo di instabilità e smarrimento ma é un passo necessario per dotarsi di un vocabolario con cui imparare a significare le proprie emozioni e quelle dei figli. Esserci, appunto. (Sul tema basta leggere qualche pagina di J. Bowlby e M. Ainsworth sull’importanza dell’attaccamento sicuro e sulle sue conseguenze in termini di autostima, strutturazione della competenza emotiva del neonato e fiducia nelle future relazioni interpersonali).
Nascere genitore impone all’uomo di addentrarsi in un territorio ignoto, fatto non solo di responsabilità, fermezza e autorevolezza, ma anche di protezione, libertà e coinvolgimento.
Ed ecco che il concetto di forza diviene centrale nella descrizione del rapporto padre-figlio. Mi permetto di citare le parole del filosofo Simone Regazzoni che, nel suo splendido libro “Mia figlia, la filosofia. La forza dell’infanzia e della paternità”, basa la sua visione di paternità proprio sulla forza.
“Forza è una parola che noi tendiamo a rimuovere, quasi fosse brutta. Ma in essa, in verità, temiamo la vita. La forza nomina il cuore battente della vita come desiderio di espandersi, di trasmettersi, di crescere, arricchirsi, trasformarsi. Non è una forza cieca che distrugge, è una forza che afferma vita nella sua ricchezza, è la forza che invochiamo quando qualcuno è in difficoltà “forza!”, è la capacità che dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni di misurarsi con la realtà e il suo attrito, i suoi spigoli, le ferite che infligge. Senza questa forza non c’è esperienza né possibilità di diventare soggetti. Senza questa forza l’idea stessa di fragilità che tanto ci piace è vuota retorica, perché è solo là dove misuro la mia forza in rapporto alla realtà che faccio esperienza vissuta, e dunque tesoro, dei miei limiti, delle mie fragilità”.
Un Papà deve essere esattamente questo. La forza del dialogo, supporto e confronto. La forza della presenza discreta ma costante. La forza di insegnare a sapersi rialzare dopo una caduta. La forza di rivendicare un ruolo centrale nell’educazione dei propri figli. La forza di non essere un amico, scelta comoda tanto di moda al giorno d’oggi, ma una guida autorevole.
Auguri a tutti i Papà








2 Commenti. Nuovo commento
Per me il padre, il mio, è e sarà per sempre un nervo scoperto.
A distanza di 40 anni, ancora oggi per me è una giornata che si cela di un velo di tristezza per quello che mi è mancato e per quello che avrei potuto essere e oggi purtroppo non sono pienamente, proprio a causa della sua totale e volontaria assenza.
Ancor di più oggi, che mi accorgo quanto la presenza di un padre dolce e accudente sia assolutamente essenziale per la felicità dei miei figli e per la stabilità della loro crescita.
Per tutto questo amore per loro, mai abbozzato, sono oggi grata e contenta che almeno su questo, le cose siano veramente cambiate!
Negli ultimi 10 anni (dati INPS pubblicati proprio ieri) é triplicato il numero dei padri che ha usufruito del congedo di paternità. Questo significa che le cose, seppure lentamente, stanno cambiando e che c’è una buona fetta della popolazione paterna bisognosa di instaurare un rapporto profondo con i figli.
Chi non ha avuto questa fortuna e si prende la briga di scrivere un commento proprio su quest’argomento é una persona dal cuore speciale.
Grazie per le tue parole, valgono il doppio del doppio.
🙏🏻