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Olimpiadi prima parte. Tra lacrime di gioia e di amarezza

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Le gambe tremavano.

Avrei voluto sparire piuttosto di essere lì, in procinto di tuffarmi in quella vasca.

Impossibile pretendere altro da una che è sempre salita sul palco ai saggi di pianoforte come un pulcino spaventato salutando il pubblico con un inchino impacciato.

La gara di nuoto: un incubo.

Tanti gli occhi addosso e molte le persone che si aspettavano qualcosa da me.

Un momento in cui il mio super io, già piuttosto ingombrante, si sentiva legittimato a pretendere da corpo e mente oltre il limite delle energie di cui potessero disporre.

Poi arrivavano loro, le parole del mio allenatore: “Franci sei pronta? Ricorda: dare il meglio e divertirsi”. Un insegnamento di vita di cui sarò sempre grata a Mr. Colonna, ai tempi del nuoto agonistico.

Non è riuscito in tanti anni a eliminare la mia ansia da prestazione ma è anche grazie a lui se ho superato insicurezza e timidezza e ho scelto un lavoro che mi ha portata a parlare davanti a tante persone.

Non è mai stata una questione di competizione, ma sempre e solo una gara con me stessa per migliorarmi a prescindere dagli altri.

Capitava, dunque, di essere insoddisfatta quando vincevo e di essere felice pur non essendo salita sul podio. Non tutti usano gli stessi metri di giudizio.

Mi rendo conto che alle Olimpiadi la posta in palio sia ben diversa, ma forse é anche per questo che le lacrime di gioia di Benedetta Pilato mi hanno commossa mentre le parole di Elisa Di Francisca mi hanno profondamente irritata.

Parto proprio dal nuoto, mia antica passione, per iniziare la rassegna dedicata a Parigi 2024. Non c’é alcuna pretesa di completezza, solo le notizie che mi hanno colpita, nel bene e nel male.

Una diciannovenne ci insegna l’essenza dello sport

Elisa Di Francisca. Classe 1982. Appartengo alla sua generazione, cresciuta a pane e competizione.

La cultura performativa scorre nelle vene dei Millenials. Il nostro valore é una variabile che dipende dai risultati conseguiti: scuola, lavoro, sport, relazioni interpersonali, nessun ambito sfugge al paragone schiacciante con gli altri.

Ci hanno educati a normalizzare la logica della performance e il mito del sacrifico ad ogni costo, metterli in discussione sarebbe da perdenti. Soldatini schiavi del risultato.

Quanta bellezza ci siamo persi!

La campionessa di scherma, oro olimpico a Londra 2012, prende in giro in diretta la nuotatrice Benedetta Pilato. Non è salita sul podio per un centesimo eppure commenta in lacrime: “ho quasi vinto e sono felice lo stesso”, regalando a tutti noi un’autentica lezione di vita.

Classe 2005, Benedetta appartiene a una generazione consapevole di ciò che vuole e che rivendica il diritto di stare bene.

La sua prospettiva decostruisce le certezze del mondo adulto con un messaggio che è anche un invito: sono felice di avere partecipato, ho quasi vinto e nessuno può dirmi per cosa io debba gioire.

Standing ovation.

Simone Biles e la lotta  ai pregiudizi

Quattro anni fa annuncia il suo bisogno di fermarsi.

4 ori olimpici. 23 Titoli Mondiali. 28 Titoli Usa, eppure Simone Biles non sta bene e sceglie lo stand by per occuparsi della sua salute mentale. Non sempre fama e soldi sono una garanzia di felicità.

A Parigi ritorna alla grande, facendo sembrare semplici gesti atletici impensabili per le altre. Nonostante la pausa.

Simone é la personificazione vivente della sfida ai pregiudizi. Origine, sesso, età, tutto sembra esserle avverso.

Figlia di una tossicodipendente, dopo un periodo trascorso in un orfanotrofio, lei e la sorella vengono adottate dai nonni.

Simone trova nella ginnastica artistica la forza per reagire alle difficoltà della vita; tuttavia, proprio nel coltivare la sua passione, incontra un altro enorme ostacolo. Sì tratta del dottor Larry Nasser, ex medico della nazionale Usa che per anni ha abusato sessualmente delle giovani ginnaste con la scusa di sottoporle a manipolazioni e trattamenti medici. Lei e le colleghe lo denunciano e ottengono la loro vittoria più importante: la condanna alla detenzione per Nasser.

C’è poi la questione anagrafica: la carriera delle ginnaste si conclude presto e Simon non è più così giovane, molti la considerano un’atleta bruciata.
Ma lei corre controcorrente, si disinteressa di ciò che pensa la moltitudine e lotta per la sua salute mentale. Star bene con se stessi vale più di qualsiasi medaglia.

Un’altra lezione di vita per tutti noi, non solo per gli sportivi, in una società che ci vuole iper performanti e che vede nella sosta un momento di debolezza.

Una splendida testimonianza di resilienza e determinazione magistralmente descritto da un’altra immensa campionessa, Serena Willims. “Simone Biles è un fulgido esempio di come è fatto il successo: è quando lasci andare ciò che pensa il mondo di te e raccogli le tue forze da dentro”.

Seconda standing ovation.

Pillole di Olimpiadi

Le cose brutte

La parità di genere é ancora un miraggio

I numeri erano gli stessi: per la prima volta alle Olimpiadi hanno preso parte donne e uomini in egual misura. Anche le intenzioni erano buone; Yannis Exarchos, CEO dei Servizi Olimpici di Broadcasting, ha dichiarato che Parigi 2024 promuove una rappresentazione dello sport oltre il genere attraverso la messa in onda in prima fascia di gare femminili e maschili in modo equo.

Ma, inutile illudersi, il peso specifico della quota rosa é decisamente diverso.

Qualche esempio per darti un’idea.

Immagina che i componenti del quartetto di scherma italiano abbiano sconfitto la Francia in finale, aggiudicandosi una vittoria memorabile. I giornali la descrivono così: “il papà, lo psicologo, l’amico di Diletta Leotta, il fidanzato di ….conquistano l’oro olimpico”.

Il papà? L’amico di un personaggio pubblico? Non hanno dei nomi questi poveretti che dedicano la vita allo sport?

Probabilmente ti saresti stupita o avresti pensato fosse una fake news per il modo in cui è stata formulata. E invece é tutto vero, sono le parole scelte dalla stampa per descrivere il successo della spada femminile italiana.

Alberta Santuccio, Rossella Fiamingo, Giulia Rizzi e Mara Navarria entrano nella storia della scherma azzurra eppure la straordinarietà di questo momento della loro vita professionale (sottolineo “professionale”) viene oscurata da una narrazione sessista che non perde occasione per ribadire il nostro ruolo subalterno rispetto ad altri: “amica di, fidanzata di”…..si sarebbe mai detto di un atleta “il papà di”?

Se non ti basta, veniamo alla perla di Bob Ballard, cronista inglese che si esprime così a proposito delle nuotatrici australiane (Mollie O’Callaghan, Shayna Jack, Emma McKeon e Meg Harris), oro nella staffetta 4×100 stile libero femminile: “stanno terminando, sapete come sono le donne, se ne vanno in giro a truccarsi”. Un’uscita fuori luogo che gli costa la rimozione immediata dal team dei telecronisti di Eurosport.

E che dire di titoli come questo: “Olimpiadi, il bikini (tricolore) batte il velo nel beach volley”.

Perché non limitarsi a dire che le italiane Marta Manegatti e Valentina Gottardi hanno sconfitto le egiziane Marwa Abdelhady e Goaa Elghobashy?Abbiamo davvero bisogno di commentare il look delle atlete? Ed è questa la sede opportuna per discorrere di indumenti scelti per motivi religiosi e culturali? Direi proprio di no.

Il caso della spada femminile, i commenti di Ballard e quelli sull’abbigliamento delle pallavoliste egiziane testimoniano che le Olimpiadi arcobaleno, quelle della parità e del rispetto, sono state macchiate dal nero delle uscite sessiste.

Una conferma della natura tutt’altro che oggettiva e professionale della cronaca sportiva. I media restituiscono una diversa rappresentazione degli sport femminili, quasi a voler sostenere che la performance atletica per antonomasia sia maschile. Una visione distorta delle competizioni sportive frutto di una retorica sessista purtroppo normalizzata.

Le cose belle

Kevin Piette e Celine Dion: quando la malattia non ti ferma

Per la prima volta nella storia delle Olimpiadi la fiamma olimpica è stata portata da un atleta con disabilità motoria, Kevin Piette, aiutato da un particolare dispositivo robotico. A undici anni dal grave incidente in moto che lo ha privato della capacità di camminare, il tennista sta collaudando il prototipo di un esoscheletro personale, in commercio nei prossimi anni.

Il suo è un esempio di forza e determinazione.

Come lo è quello di Celine Dion, affetta dalla sindrome della persona rigida, un disturbo neurologico raro che provoca irrigidimento muscolare.

Sulle note di l’hymne à l’amour ha partecipato alla cerimonia di apertura. Silenzio surreale tra il pubblico; Celine ha messo a tacere tutti, malattia compresa.

Termino qui, con una nota di speranza e positività.

In realtà é una conclusione provvisoria, tra qualche giorno la seconda parte dove dirò la mia sulla pugile algerina Imane Khelif.

Questione estremante complessa che implica un delicato bilanciamento di diversi diritti rispetto alla quale é doveroso informarsi e non utilizzare nemmeno una virgola a sproposito. Cosa che non si può dire di una certa stampa e del nostro Governo che hanno strumentalizzato la vicenda esponendo alla gogna mediatica una povera DONNA.

Come direbbe Paolo Borzacchiello….

“Le parole che usi dicono da dove vieni, le parole che scegli dicono dove vuoi andare”.

Ti abbraccio

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