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Disabilità: la distanza tra le parole e i fatti

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Parto da una notizia letta un paio di mesi fa.

Un gruppo di nove studenti con disabilità di una scuola di Cuneo e i loro quattro accompagnatori concludono l’anno scolastico con una gita a Torino. Al rientro, il treno arriva con qualche minuto di ritardo, quanto basta per dover correre al fine di non perdere la coincidenza e salire sul convoglio per Cuneo.

Per alcuni di questi ragazzi correre é impossibile, così quattro di loro rimangono a terra con tre accompagnatori.

Il treno é ancora lì, fermo, ma i due ferrovieri presenti sul binario non avvisano il capotreno affinché sblocchi le porte.

Una regola da rispettare, da un lato; l’opportunità di ammettere un’eccezione, dall’altro.

Forse il caso di far prevalere il buon senso? Il dubbio è lecito.

Questo episodio mi ha ricordato il libro di Giovanni Merlo “Disabilità. Il peso delle parole”, nel quale l’autore evidenzia la “distanza tra quanto viene detto e raccontato e quanto poi avviene nella vita reale delle persone con disabilità”.

Colmare questo gap é impresa assai ardua.
Un cammino in salita che ho idealmente suddiviso in due tappe.

1.La scelta delle parole;

2.Dalle parole ai fatti per giungere al concreto riconoscimento dei diritti.

La scelta delle parole

Non mi soffermo a lungo sulla prima parte del percorso avendola già trattato nel blog del 18 giugno di cui ti lascio il link.

https://www.personamamma.it/la-riforma-sulla-disabilita-e-il-peso-delle-parole/

Mi limito a richiamare l’importanza di un’educazione attenta all’aspetto linguistico.

Il nostro legislatore ha preso atto di questa necessità con la riforma entrata in vigore a fine giugno sostituendo il termine “disabile” con “persona con disabilità”.

Una sfumatura formale? Per nulla, si tratta di una scelta di inclusione che privilegia la centralità della persona ponendo in secondo piano la sua disabilità.

Ma c’è chi é andato oltre. Mi riferisco alla Spagna, Paese che ha optato per un cambiamento come il nostro, con una piccola differenza: quella spagnola é una riforma costituzionale, non un intervento legislativo qualsiasi.

Una modifica della Costituzione per sottolineare l’enorme responsabilità connessa alle nostre modalità comunicative.

Dalle parole ai fatti

Tempo fa ti ho parlato del terzo Manifesto dei diritti delle donne e ragazze con disabilità presentato dal Comitato delle donne dell’EDF (Forum Europeo sulla Disabilità).

Un documento, lo ricordo, che si rivolge a chiunque, non solo agli addetti ai lavori o a chi presenta una disabilità.

Dal 2011, anno in cui è stato redatto il secondo manifesto, ad oggi, ben poco é cambiato. Ancora moltissime le sfide da affrontare sul fronte uguaglianza, inclusione e accessibilità. Questo vale ovviamente anche per gli uomini. Tuttavia, la prospettiva femminile del manifesto fotografa uno spaccato della vita reale ancor più crudo poiché alle discriminazioni legate alla disabilità si aggiungono i pregiudizi di genere.

Per redigere la terza versione di questa agenda programmatica sono state contattate 500 donne in diversi europei.

Ecco i risultati del sondaggio: quasi l’80% delle partecipanti sono donne con disabilità e il 26% madri di persone con disabilità. Il 77% loro ha dichiarato di aver bisogno di servizi sanitari più consoni alla disabilità propria/dei figli. Il 58% delle partecipanti ha subito almeno una volta nella vita una forma di violenza.

Questi numeri testimoniano la difficoltà di tradurre le parole, per quanto corrette e rispettose, in fatti. Ben vengano le scelte linguistiche ponderate e rappresentative di un approccio moderno alla disabilità. Ma queste percentuali devono cambiare.

Solo per questa via potrà dirsi compiuto il processo di inclusione indispensabile affinché la componente personale prevalga sull’aspetto della disabilità non solo nella forma, ma anche nella sostanza.

“Persona con disabilità” nel linguaggio e nella vita reale, é cosa ben diversa da “persona condannata dalla sua disabilità”. In caso contrario le modifiche linguistiche saranno state solo un importante, ma vano, tentativo di miglioramento.

Per questo motivo ritengo fondamentale divulgare la conoscenza del Manifesto presentandone sinteticamente contenuto e obiettivi.

Ciascuno di noi, per dare il suo contributo, deve essere informato sulla natura dei diritti rispetto ai quali le persone con disabilità rivendicano maggiori garanzie e tutele.

Quali diritti in concreto?

Prima parte

Il Manifesto parte da una premesse indispensabile: le crisi degli ultimi anni hanno avuto un enorme impatto negativo sulla vita delle donne con disabilità e delle loro famiglie.

Solo per citare un esempio, si pensi ai cambiamenti climatici (ondate di calore, siccità, inondazioni e inasprimento delle stagioni fredde): mai prima d’ora mi sono trovata a riflettere sul legame tra questione climatica e peggioramento delle condizioni di vita di una persona con disabilità. Invece si tratta di un tema delicato meritevole di attenzione; tali fenomeni, infatti, in particolare se combinati ad altri fattori come la salute, la disponibilità di servizi igienici e la stabilità sociale, hanno reso le donne con disabilità ancor più vulnerabili.

E così milioni di persone vorrebbero poter condurre la loro vita in modo indipendente ma sono impossibilitate a farlo.

Le intervistate ritengono che gli interventi statali a garanzia dell’inclusione siano stati scarsi e deboli. Inoltre lamentano un peggioramento delle loro condizioni di vita anche a causa dei cambiamenti climatici, con alcuni diritti fondamentali come la salute e la sicurezza non adeguatamente garantiti (tratterò questi aspetti nella seconda parte che troverai sul prossimo blog).

Che dire poi della crisi economica: l’indice di parità di genere del 2023 registra un preoccupante 22% di donne con disabilità a rischio di povertà. Ad oggi solo il 48,3% delle donne con disabilità ha una occupazione; ma la situazione é tutt’altro che rosea anche tra quante hanno un impiego.

Discriminazione e scarsa qualità del lavoro, retribuzioni non dignitose e riduzioni degli assegni di invalidità proprio perché si lavora sono solo alcune delle circostanze che espongono tali donne a povertà e esclusione sociale. Per scongiurare questi rischi sarebbe opportuno sostenere le donne con disabilità attraverso finanziamenti che ne consentano una adeguata formazione. Dunque, dalla crisi economica, passando per la questione lavorativa, si giunge inevitabilmente al problema dell’accesso all’istruzione. Un vero e proprio scoglio nonché una delle origini di molti mali.

Proprio da qui ripartirò nel prossimo blog per evidenziare il legame tra scarsa tutela di alcuni diritti e diseguaglianze sociali.

Per ora ti abbraccio.

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