Un esempio
La scorsa settimana alla partenza della 1000 Miglia vicina a casa stavo chiedendo informazioni sulla viabilità a un poliziotto. Ho espresso la mia opinione trovando eccessivo che, per una gara automobilistica, molti genitori siano stati costretti a prendere permessi per poter anticipare l’uscita e riuscire a recuperare i figli a scuola, solo per fare un esempio.
Nemmeno con il giro d’Italia la città è stata così blindata.
Un fan della gara ha commentato “una donna non puó capire queste cose” e l’agente ha riso.
Io no, con fare serio gli ho dato ragione garantendogli che sarei corsa da mio marito affinché mi facesse un disegnino per aiutarmi. Rimane il dubbio che l’essere superiore abbia colto la vena ironica della mia risposta.
Il linguaggio di genere
Una donna non può capire.
Cinque parole del tutto innocue il cui utilizzo nella stessa proposizione odora di peccato originale delimitando il confine di ciò che gli stereotipi di genere ci raccontano essere inaccessibile alla donna per limiti ontologici.
Una forma di discriminazione semantica capace di orientare i nostri comportamenti.
Una profezia che si autoadempie alla luce della quale molte donne si convincono di non poter salire sul podio, di esclusivo appannaggio maschile. Tanto vale stare buone e accontentarsi del gradino inferiore.
E così gli squilibri di genere si alimentano in un circolo vizioso che si nutre di schemi interpretativi e parole fuorvianti.
Non voglio certo sostenere che il gender gap si combatta solo cambiando il nostro modo di parlare; tuttavia la risoluzione di questo complesso problema non può prescindere dall’adozione di un vocabolario più rispettoso e inclusivo.
Ho già espresso la mia opinione nel blog dedicato alla riforma sulla disabilità: le scelte linguistiche trascendono la dimensione formale e si fanno contenuto e sostanza della nostra esistenza.
Questo vale non solo per la disabilità ma anche quando, nel parlato comune, si utilizza una lingua androcentrica che penalizza chiunque non sia uomo.
Non a caso l’Onu ha promosso l’uso del linguaggio inclusivo attraverso una serie di direttive che invitano a non enfatizzare il genere, se non strettamente necessario, e non adoperare espressioni discriminatorie.
In quest’ottica anche l’Agenda 2030 che impegna gli Stati sottoscrittori ad “astenersi da qualsiasi atto o pratica discriminatoria nei confronti della donna” e a “prendere ogni misura adeguata per eliminare la discriminazione”.
Linguaggio inclusivo e educazione alla gentilezza
La costruzione di un contesto inclusivo non passa solo attraverso il genere. Qualsiasi tipo di relazione presuppone la capacità di scegliere parole rispettose.
Ecco che il linguaggio diventa uno strumento di inclusività poiché costituisce il punto di partenza del percorso di riconoscimento delle diversità.
Nulla che abbia a che fare con il banale, quanto superficiale, politically correct; si tratta di diffondere forme di comunicazione corrette e, perché no, gentili rappresentative dell’eterogeneità del vivere sociale.
Liberare le nostre parole dall’ombra di stereotipi e pregiudizi.
“Il linguaggio corrompe il pensiero” diceva G.Orwell, influenza cioè il modo in cui vediamo e pensiamo la realtà.
Accade esattamente questo quando si adoperano termini che stigmatizzano la diversità invece di comunicare apertura ed empatia.
Linguaggio razzista, linguaggio ageista (che discrimina in base all’età), espressioni abiliste (che descrivono l’individuo esclusivamente alla luce delle sue abilità/ disabilità) condividono il medesimo assunto di base: considerare l’altro inferiore a causa della sua origine, età o disabilità.
Al contrario, aver cura delle nostre modalità espressive significa elevare la gentilezza a stile di vita.
E le istituzioni?
Il linguaggio è l’abbigliamento nel quale i tuoi pensieri sfilano in pubblico. Non vestirli mai con abiti volgari o scadenti.
(George W. Crane)
Abiti volgari o scadenti, nulla avrebbe reso l’idea in modo più efficace.
Possiamo ammirare un esteso panorama di esempi linguistici trash ai quali spetta indubbiamente il merito di aver trovato un punto di incontro tra maggioranza e opposizione. Dalla destra alla sinistra passando per il Vaticano, ce ne è per tutti i gusti: “frociaggine” secondo il Papa, “lavora tu stronza” così il Presidente della Campania Vincenzo De Luca a proposito di Giorgia Meloni, “quella stronza della Meloni” replica la premier nello stringere la mano a De Luca mettendosi al suo stesso livello.
Un livello basso, anzi la perdita di dignità delle nostre istituzioni che fa sembrare il dito medio di Bossi, le barzellette di Berlusconi e i “vaffa” di Beppe Grillo roba da dilettanti. Sì perché, per quanto non li abbia mai condivisi, si trattava di episodi isolati di alcuni soggetti “pittoreschi”; oggi invece si assiste allo sdoganamento quotidiano di forme linguistiche volgari e offensive. Come se insulti e ingiurie fossero la veste abituale del confronto ideologico e il turpiloquio la nuova forma di galateo.
Ora ti chiedo, e mi riferisco ai parlamentari: perché percepiscono stipendi in media di 13mila euro mensili (retribuzioni alle quali in realtà hanno diritto presenziando al solo 30% delle votazioni giornaliere)? Perché non dovrebbero essere corruttibili e aver a cuore solo la res publica, l’interesse del Paese.
Loro, gli onorevoli, quelli che trasformano Montecitorio in luogo di scontro tra baby gang con offese da stadio e violenza inaudita.
Loro, i membri dell’esecutivo, quelli che, a giusta ragione, adottano decreti legislativi per innovare il linguaggio in tema di disabilità ma che poi finiscono a volte per incarnare esattamente ciò che quei decreti intendono combattere: aggressività verbale e discriminazione.
Sono questi gli esempi edificanti e autorevoli ai quali tendono a conformarsi i nostri ragazzi. Fortunatamente non tutti (a tal proposito ti invito a leggere l’articolo di Daria Bignardi del 5 giugno 2024 su Vanity Fair).
In una società sempre più competitiva ed individualista il modus operandi delle istituzioni ci insegna che la prevaricazione vince sulle buone maniere e questo può generare conseguenze dirompenti.
Secondo uno studio del Warrington College of Business Administration (The contagion effects of low-intensity negative behaviors. Journal of Applied Psychology, 101(1), 50–67. Florida) la maleducazione innesca un effetto valanga il che significa che più la percepiamo, più è probabile che anche noi svilupperemo atteggiamenti ostili in un circolo vizioso senza fine.
La maleducazione delle istituzioni dilaga e purtroppo non possiamo intervenire su chi esercita il potere con arroganza e supponenza.
Possiamo però impegnarci a trasmettere un messaggio diverso ai nostri figli come genitori, educatori e insegnanti, affinché diventino sentinelle di una vita moderna incentrata sul rispetto della dignità umana e della diversità.
Con questa speranza cerco di praticare la gentilezza e trasmetterla con parole e fatti a chi mi circonda consapevole che il vero cambiamento postula la forza calma del garbo e dell’ironia.
Quanto sarebbe stato scontato mettermi a discutere con quel signore che mi ha offesa in quanto donna alla partenza della 1000 Miglia?
Concludo ricordando un libro che amo con tutta me stessa. In La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme la filosofa H. Arendt esamina il comportamento di Adolf Eichmann, il funzionario nazista responsabile di aver organizzato il trasporto di milioni di ebrei nei campi di concentramento per la Soluzione Finale e si chiede se sia stata una persona malvagia o se abbia fatto del male pur non essendo un mostro senza morale. Secondo l’autrice Eichmann, in quanto inabile a pensare dal punto di vista di qualcun altro “non capì mai cosa stava facendo” . Pertanto “commise i suoi crimini in circostanze che gli resero quasi impossibile capire o sentire cosa stesse facendo di male”.
Un inetto, magistralmente fotografato dal titolo dell’opera, privo di intelligenza emotiva ed empatia (aspetti che tratteremo a breve qui sul blog).
Linguaggio d’odio e gesti aggressivi: la banalità di persona superficiali.
Ti abbraccio.







