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Le cadute che insegnano a rialzarsi

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Il passo indietro nei confronti dei figli

É questo il titolo scelto da Michela Marzano un paio di settimane fa per la sua rubrica domenicale su La stampa. La filosofa descrive con sano realismo una prassi piuttosto diffusa tra i genitori “moderni”: intromettersi costantemente nella vita dei figli.

“Oggi c’è questa mania di voler essere sempre presenti, come se le ragazze e i ragazzi non fossero in grado di gestire da soli gli eventuali (eventuali?) rischi della vita”, scrive Marzano.

Un atteggiamento che può dipendere anche da un eccesso di amore ma che si traduce in percorsi di crescita al riparo da errori, fallimenti e cadute. Una finzione da laboratorio, un grave depauperamento dei nostri giovani, privati del diritto di sbagliare e del valore educativo delle esperienze, anche di quelle apparentemente negative.

L’articolo risale a domenica 14 luglio ma te ne parlo ora perché giorni fa, nell’aggiornarmi sulle novità giurisprudenziali, mi sono imbattuta in una sentenza del TAR che ritengo interessante per tutti, non solo per gli addetti ai lavori.

Prima che io venga accusata di voler difendere la categoria di cui faccio parte, mi preme una precisazione. Gli insegnanti sbagliano e, da genitore, sarei la prima a intervenire se ritenessi che le mie figlie siano state vittime di una grave ingiustizia. Ma è cosa ben diversa dal mettere costantemente in discussione l’operato dei docenti elevandosi ad avvocati difensori dei propri figli di fronte a qualsiasi intoppo.

Vediamo brevemente la sentenza.

La sentenza 3663/2024 del TAR

Un alunno non viene ammesso alla classe successiva a causa dell’elevato numero di insufficienze in pagella. I genitori ritengono questa bocciatura ingiusta e ricorrono al TAR. Il tribunale amministrativo rigetta il ricorso ribadendo un principio giurisprudenziale ormai consolidato: l’autorità giudiziaria può intervenire solo in presenza di palese irragionevolezza o illogicità dell’operato dei docenti. Al di fuori di tali ipotesi, é tenuta solo a verificare la conformità del procedimento di valutazione rispetto alle norme e i criteri stabiliti, senza poter entrare nel merito valutativo riservato a consiglio di classe o commissione d’esame. Nel caso di una bocciatura, dunque, il giudizio dei tecnici é insindacabile, salvo eccezioni.

Questo episodio é un chiaro esempio della tendenza genitoriale di cui discorre Marzano: proteggere, giustificare, difendere ad ogni costo i propri figli, sino al punto di criticare le scelte dei docenti. Perché ci stupiamo se la categoria è poco rispettata dagli studenti quando alcuni genitori sono i primi a dubitare del suo valore?

Quante volte mi è capitato di aver a che dire per un’insufficienza sul presupposto che “il mio bambino si è impegnato tanto”. Alle superiore come all’università, non alla scuola primaria. Quando capiremo che “il mio bambino” deve poter essere libero di crescere senza che mammà (non è un errore ortografico) gli metta la merendina nello zainetto a 15 anni?

Quest’estate il dibattito sui genitori muniti di fiori e champagne in trepidante attesa dei maturandi fuori scuola mi ha fatta sorridere: é solo la punta di un enorme iceberg, se vogliamo la parte più innocua e pittoresca. Di questo passo ci troveremo madri e padri in aula a rispondere al posto dei figli oppure connessi con un microfono alla Boncompagni ai tempi di Non è la Rai. La mia è una chiara provocazione che ha il suo perché: in classe ho sperimento gli esiti disastrosi di questa educazione alla “non autonomia”.

Montalcini elogiava l’imperfezione, i ragazzi la temono come il peggiore dei mali

Restando in tema di maturità, una delle tracce proposte quest’anno affrontava la questione dell’imperfezione partendo dalla vita di Rita Levi Montalcini. Lei, prima e unica donna Nobel per la Medicina nel nostro Paese, ha voluto intitolare la sua autobiografia “Elogio dell’imperfezione”, dimostrando la sua straordinaria intelligenza.

Noi, invece, inseguiamo un ideale di perfezione irrealizzabile e comunichiamo ai giovani che sbagliare é da perdenti.

Basta un’occhiata ai social per rendersi conto che siamo sommersi da un mare di ostentazione di bellezza, denaro, status e felicità. Ahimè non siamo pesci e l’apnea prolungata alla lunga genera asfissia. Esattamente ciò che colgo a scuola tra i miei studenti. Questa immensa bugia si trasforma nell’angoscia di sentirsi inadeguati di fronte a modelli irraggiungibili; dall’andare in affanno fino a farsi mancare il respiro é questione di attimi. Un fardello pesante dalle molteplici declinazioni: sottrarsi a qualsiasi prova orale per timore del giudizio, attacchi di panico, astucci con ansiolitici e antidepressivi di ogni tipo, pianti immotivati, aggressività o mutismo. Se c’è una sola certezza che ho maturato nel mio lavoro a scuola é che i ragazzi desiderano sentirsi liberi di esprimersi e anelano ad essere visti per ciò che sono e ascoltati per quanto hanno da dire, senza doversi confrontare con standard di performance che bandiscono gli errori.

In questo oceano di conformismo e falsità, hanno bisogno di adulti controcorrente che li spronino a non avere paura di sbagliare e che non li pongano al riparo da qualsiasi caduta ma offrano strumenti per potersi rialzare. Educatori che testimonino con onestà quanto è complesso stare a galla. Maestri di nuoto, non semplici dispensatori di salvagenti, che incoraggino i giovani a riprendere gli allenamenti dopo una sconfitta. E, soprattutto, che insegnino loro la meravigliosa, quanto difficile, arte di sapersi accettare.

Restituire il giusto spazio ai fallimenti

In una recente apparizione a “La torre di Babele”, Massimo Recalcati ha evidenziato gli effetti devastanti della diffusa angoscia genitoriale che consiste nell’amplificare il valore della prestazione dei propri figli. “Non viene più dato tempo al fallimento, alla caduta, allo sbandamento, allo smarrimento che sappiamo essere ingredienti del processo formativo”, ha chiarito lo psicoanalista. Questo porta a trasmettere più o meno esplicitamente aspettative troppo elevate e genera ansia da prestazione.

E se provassimo a partire dal presupposto che gli esseri umani sbagliano ma che non tutti gli errori sono uguali? É questa la prospettiva di Amy Edmondson nel saggio “Il giusto errore. La scienza di fallire bene”. Secondo la professoressa della Harvard Business School, il lavoro che ognuno di noi dovrebbe compiere non consiste nell’evitare il fallimento ma nell’accettare i nostri limiti imparando dagli sbagli che si rivelano preziosi alleati della nostra crescita.

“Fallire bene” significa gestire sapientemente l’errore, nella consapevolezza che è proprio quella esperienza che ci farà evolvere. Per quanto possa suonare strano, senza alcuni tipi di fallimenti galleggeremmo in acque stagnanti. Non tutte le cadute, dunque, sono un male da evitare; gestire con intelligenza la nostra imperfezione ci regala la libertà di essere esattamente ciò che siamo: limitati e fallibili.

Se le mie parole ti saranno sembrate troppo astratte, ecco un meraviglioso esempio di una caduta sinonimo di forza e determinazione.

Siamo a Parigi dove, da pochi giorni, sono in corso le Olimpiadi. La campionessa di spada Nathalie Moellhausen, ricoverata per un tumore scoperto cinque mesi fa, ha voluto partecipare a tutti i costi ai giochi olimpici. Durante la gara contro Ruien Xiao, si è gettata a terra in preda a tremore e giramenti di testa. Tre lunghi minuti in cui nessuno avrebbe pensato che Nathalie si sarebbe rialzata. E invece è tornata in pedana e ha terminato l’incontro poi vinto da Xiao.

É caduta, si e rialzata, non ha permesso alla malattia di bloccarla in un letto di ospedale. Questo sarebbe un fallimento?

Ti abbraccio

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