Parlare con l’Intelligenza Artificiale
Parto da una notizia letta su Linkedin qualche giorno fa.
Un mio contatto, uno psicoterapeuta, descrive il colloquio avuto con una sua giovane paziente delusa dalla fine di una storia sentimentale.
La ragazza gli mostra le conversazioni avute sul punto con l’intelligenza artificiale. Quando il professionista le fa notare che AI é solo un algoritmo ben addestrato, ma si tratta di un ascolto senza un vero interlocutore, si sente rispondere con tono infastidito: “lei mi ha ascoltata più di tutti”.
L’ascolto
Per chi come me è cresciuto senza AI, il presupposto imprescindibile dell’ascolto é la relazione con un essere umano.
L’ascolto si nutre necessariamente di sguardi, parole dette o taciute, corpi. Non mi verrebbe mai in mente di condividere un mio stato d’animo con Alexa, per capirci; per me é e sarà sempre un oggetto programmato per rispondere alle mie richieste.
Per le mie figlie non funziona così, loro appartengono ad una nuova epoca.
“Alexa ti voglio bene”, dice Fiore. La “macchinetta” le risponde canticchiando: “grazie del tuo affetto, sei dolce come un babà, io per te sempre sarò, sarò sempre qua”.
Il loro modo di rapportarsi a questo mondo é radicalmente diverso dal nostro perché non faticano a costruire relazioni prive di corporeità.
Non c’è da stupirsi, dunque, che un algoritmo possa convincere un’adolescente di essere in grado di comprenderla quando il suo dolore non é stato ascoltato oppure viene giudicato frettolosamente dal mondo adulto.
Inutile essere risentiti con l’intelligenza artificiale, tanto meno ritenere che esprimere il proprio disagio ad una chat sia un comportamento anomalo.
I colpevoli siamo noi, responsabili di un vero e proprio fallimento educativo e relazionale.
É l’assenza del luogo umano (che, in fondo in fondo, così umano non è visti i risultati) ad essere la principale questione problematica.
“Chiamami adulto”
Abitiamo un vuoto di umanità che stiamo già pagando a caro prezzo. Non lo dico io, anche se ne colgo numerosi segnali a scuola.
Cosa non stiamo capendo dei nostri ragazzi?
Perché fatichiamo a stare in relazione con loro?
Se ti stai ponendo queste domande, ti consiglio “Chiamami adulto”, libro di Matteo Lancini che analizza i luoghi e le modalità con le quali i giovani creano rapporti interpersonali nel tentativo di comprenderne i bisogni e instaurare relazioni costruttive.
Secondo lo psicoterapeuta il mondo adulto fatica a legittimare le emozioni dei più giovani, in particolare quelle che lo disturbano. Siamo responsabili di un ascolto distratto e selettivo poiché tendiamo a bypassare aspetti a noi sgraditi. Così facendo disattendiamo una delle esigenze più sentite dai nostri ragazzi: vivere relazioni autentiche.
Autenticità. Un termine forse poco di moda in un momento storico in cui è possibile falsificare tutto, identità compresa.
In una società in cui trionfano il culto del corpo e la performance ad ogni costo, nella quale abbiamo a disposizione tutto e troppo presto, i giovani hanno bisogno più che mai del nostro aiuto per legittimare un autentico sé e accettarsi come sono. Questo presuppone la libertà di parlare con gli adulti senza il timore di essere giudicati e la presenza di figure di riferimento esemplari, capaci di mostrare la centralità della relazione e della dimensione plurale.
In definitiva siamo noi i primi chiamati a disubbidire ad un ordine al quale la maggior parte tende ormai a piegarsi per passare dalla logica dei followers e della competizione spinta in nome dell’auto celebrazione a quella del decentramento e dell’apertura verso gli altri.
Non potremo mai competere con l’Al sul terreno della preparazione ma possiamo avere la meglio sul fronte dell’empatia e dell’ascolto a una condizione: che l’umanità, intesa come il “sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri” (da Treccani.it) torni ad essere la colonna portante della relazione educativa.
Ti abbraccio.







