Sono appena uscito dall’aula della facoltà di medicina dove si è discusso dell’importanza del tempo […]. Mi si avvicina una ragazza, mi fa un segno con la mano per richiamare la mia attenzione e poi dice che vorrebbe chiedermi una cosa. Studia medicina e sta per laurearsi. Ha la faccia preoccupata, anche lei ha ascoltato quei discorsi, ma non sembrano averla rasserenata, anzi. Parla a voce molto bassa e mette in fila il racconto della sua vita in modo schematico: «Sono in pari con gli esami, ho seguito tutta la pratica richiesta, ho migliorato il mio inglese, leggo tutti i libri che mi consigliano e non faccio mai nulla che non sia utile. Mi resta solo il tempo per dormire, che è sempre troppo poco. Ma tutto questo non basta. Non basta mai. Le mie compagne più brave fanno anche volontariato e sento dire che questo farà la differenza nel curriculum; fanno sport di gruppo e anche questo conta per tutti i discorsi sullo spirito di squadra. Ci consigliano di fare un’esperienza all’estero, magari in un ospedale africano, prima di finire la specializzazione. Altri suggeriscono con un sorriso: “Certo, sarebbe utile parlare un’altra lingua straniera oltre all’inglese”. Ma come si fa? Come si può fare tutto e tenere insieme tutto? Io mi sento inadeguata e vedo che l’asticella è sempre più in alto. Troppo in alto».
Tratto da “Il tempo del bosco” di Mario Calabresi
Qualche settimana fa mi sono imbattuta in una ricerca condotta da Valore D e Ipsos Doxa su un campione di 1300 adolescenti tra i 13 e i 21 anni. Obiettivo: ascoltarli, conoscerne sogni, paure, emozioni.
Una sbirciatina ai dati farebbe bene a molti adulti. A quanti hanno diffuso un ritratto delle nuove generazioni privo di prospettiva.
“Adolescenti fragili, comodi, pretenziosi, capaci solo di scansare le fatiche. Mondo diviso a metà: da una parte gli adulti, i “giusti”, dall’altra loro, gli “inadeguati”.
Eppure le risposte degli intervistati raccontano tutt’altra storia. Come se quel ritratto asettico e incolore improvvisamente si animasse. Uno schiaffo in 3d alla retorica semplicistica del mondo adulto.
Non sono i giovani a preoccuparmi. È come li raccontiamo, senza alcun desiderio di coglierne la complessità. A sondarne gli abissi, correremmo il rischio di capire che no, non c’è alcun confine salvavita che ci separa dalle loro fragilità. Al contrario, ci sarebbe da chiedersi se non siamo forse complici del malessere tangibile delle nuove generazioni. Cresciute in un mondo che liquida come banale ciò che non è straordinario. Educate al successo. Schiacciate da aspettative ingombranti.
Raccontata così la vicenda si fa più interessante: niente più linee divisorie tra noi e loro. Solo un grande punto interrogativo: in che misura il contesto che abbiamo costruito ha influenzato il modo in cui questa generazione guarda al futuro?
Perché, udite udite, le risposte raccolte da Valore D non evidenziano disinteresse, apatia e comodità. Non manca la voglia di fare e impegnarsi; solo un’immensa paura di non essere mai abbastanza. Il timore di provare e poi fallire. Come biasimarli? Nati, nutriti e cresciuti in una società che concede valore solo a chi appare impeccabile.
Non mi stupisce, dunque, che il 92% dei ragazzi tra i 16 e i 21 anni, e la percentuale sale al 95% tra le ragazze, senta la pressione di dover avere successo. Percentuali di questo tipo fotografano un enorme disagio sociale, raccontano una cultura che impone la performance a tutti i costi.
Alla domanda “quali sono i tuoi modelli di riferimento quando pensi al tuo futuro?”, i ragazzi hanno risposto “mamma e papà”.
Improvvisamente mi sono ritrovata a pensare alla severità che riservo a me stessa quando sbaglio. Senza volerlo… sto educando le mie figlie attraverso il mio esempio. Sto comunicando loro che l’errore non è contemplabile, sto misurando il mio valore solo attraverso i miei risultati. Pessimo insegnamento.
Quella ragazza che ferma Mario Calabresi al termine di un convegno dedicato all’importanza del tempo, con le sue lacrime silenziose, è il ritratto profondo e dettagliato di una generazione alle prese con richieste incessanti.
“La sua ansia”, continua l’autore, “ la riconosco perché l’ho vista spesso: è figlia della paura di non essere all’altezza delle aspettative e di non riuscire a seguire la strada «giusta». Si è diffusa la convinzione che esista un percorso esatto per le nostre vite, come se ci fosse un algoritmo che prevede tutto quello che si deve fare. Non è più permesso commettere errori o prendere strade diverse se si vuole restare nella partita. Di questo mi sembrano parlare le sue lacrime”.
E così, cancellata ogni netta divisione tra noi e loro, la ricerca di Valore D ci invita ad un’assunzione di responsabilità.
Perché “loro” desiderano solo un mondo in cui sia lecito sbagliare, uno spazio che li veda e li voglia con tutte le cose che sono. Vorrebbero poter capire prima di dover decidere, un lusso non concesso dai tempi accelerati in cui sono nati.
Perché “noi”, forse, dovremmo solo avere l’onestà e il coraggio di mettere in discussione il racconto che fino ad ora abbiamo costruito su di “Loro”.
Ti abbraccio







