Inside out 2
In Inside out 1 la simpatica Joy si domandava cosa sarebbe mai potuto succedere alla protagonista del film Riley a 12 anni. La risposta in Inside out 2, al cinema dal 19 giugno.
Ansia, Invidia, Noia e Imbarazzo sono i nuovi personaggi che compaiono nel sequel, tutti progettati per avere un linguaggio specifico tradotto in forme e colori caratterizzanti, come ha dichiarato il designer di produzione Jadson Deamer. Proprio le sue parole sono state per me motivo di riflessione: gli adolescenti conoscono i colori delle emozioni? Sanno identificarle per gestirle nella maniera corretta? Nella mia esperienza, decisamente no.
Il mio non è uno sguardo da esperta in materia ma da semplice docente abituata a trascorrere le ore di lezione in compagnia dei suoi studenti e di Ansia, la protagonista indiscussa delle giornate a scuola. E anche nel cartone questa emozione ha un ruolo rilevante. Arancione e chiacchierona, parlata veloce, movimenti corporei brevi, testa impegnata a pensare al dopo senza vivere l’ora, Ansia ha un solo obiettivo: assicurarsi che Riley, ora tredicenne, venga accettata. Per riuscire nel suo intento suggerisce alla ragazza la strada del cambiamento per sentirsi parte integrante del gruppo. Modificarsi ad ogni costo, tendere alla perfezione, nascondere difetti e presunte negatività per esibire solo le parti migliori di se stessi in un circolo vizioso generato dal desiderio di piacere.
Quante volte ho assistito a queste dinamiche! Adolescenti che vivono le loro emozioni in modo caotico, nella migliore delle ipotesi, non riescono nemmeno a distinguerle, nella peggiore.
Di questo analfabetismo emotivo il mondo adulto non può disinteressarsi a meno che intenda abdicare al suo compito formativo. Ma vediamo in che modo la scuola può contribuire all’educazione emotiva dei giovani.
Cosa vivo in classe
Se dovessi individuare l’immagine più rappresentativa delle numerose aule che ho frequentato, dall’università alla scuola superiore, indubbiamente sceglierei questa: ragazzi impegnati nella spasmodica ricerca della perfezione e dotati di una scarsa vivacità emozionale. Come biasimarli? Alcuni di loro mi hanno mostrato i profili social che seguono: il trionfo dell’apparenza, fotografie ritoccate ovunque, vite felici a confronto delle quali anche un adulto potrebbe sentirsi uno sfigato.
E pensiamo veramente di poter avere la meglio su questa enorme artificiale macchina della perfezione? Di riuscire a trasmettere il valore dello studio e della cultura quando i giovani sanno benissimo che molte di quelle esistenze patinate non hanno nulla a che fare con impegno e merito? Me lo hanno confermato loro, quando ho fatto una piccola indagine sui loro sogni. La stragrande maggioranza anela a un futuro fatto di soldi, beni di lusso e vacanze, come se piovessero dal cielo grazie a un gratta e vinci fortunato. Tra i desideri a breve termine vincono macchine e borse, rigorosamente di YSL “altrimenti Prof. non sei nessuno” (poco importa se quella borsa magari costa più di quanto i tuoi genitori guadagnino in un mese).
Davanti a aspettative così irrealizzabili Miss frustrazione attende il tuo primo probabile inciampo e Ansia trova terreno fertile per crescere rigogliosa in un periodo di cambiamenti di per sé già delicato come l’adolescenza. Paura di sbagliare, del giudizio, di non essere mai abbastanza, di non sapere; per comodità di sintesi “ansia di vivere”. Un’interrogazione può trasformarsi in una tragedia esistenziale con pianti e attacchi di panico, un’insufficienza viene letta come una conferma del tuo essere un fallito, le negatività sono un male da evitare.
Come gestire tutto questo se non attraverso un approccio educativo più attento alla maturità affettiva? Come chiedere a un docente innamorato del suo lavoro di seguire alla lettera il programma annuale se, per rispettare le tempistiche, deve ignorare l’evidente malessere diffuso fatto di demotivazione, bassa partecipazione e apatia?
La situazione italiana: cosa fare?
La nostra società é in sofferenza. Crescono i numeri del disagio mentale. Proprio ieri mi sono imbattuta in dati estremamente allarmanti: secondo il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, intervenuto alla recente conferenza stampa sulla Relazione annuale al Parlamento riguardo il fenomeno delle tossicodipendenze, 280mila studenti sono ricorsi all’uso di psicofarmaci nel 2023 senza prescrizione medica. Individui malati, molti dei quali optano per isolamento e relazioni virtuali, con la solitudine e il disorientamento che ne derivano (l’Hikikomori giapponese, lo “stare in disparte” interessa quasi 50mila adolescenti italiani chiusi in casa da più di sei mesi).
Il disagio giovanile, dunque, é un’emergenza sociale che richiede un cambio di rotta netto di istituzioni e sistema scolastico. In che modo?
Non certo abolendo i voti per eliminare l’ansia della valutazione, tanto meno cercando di diventare i simpatici compagni di merenda dei propri allievi.
I ragazzi non sono alla ricerca di insegnanti amici ma di interlocutori empatici, porti sicuri ai quali approdare per condividere i loro stati d’animo affinché nel cammino di crescita aspetti emotivi e cognitivi procedano su binari paralleli.
E soprattutto hanno bisogno di una mano adulta che li supporti nell’accogliere le fragilità individuali e offra quell’alfabeto emozionale indispensabile per imparare ad amare ogni loro singola parte.
Modelli autorevoli capaci di nutrire il loro mondo interiore attraverso l’arte dell’accettazione nella consapevolezza che tutte le emozioni sono necessarie per riconnettersi con se stessi.
L’educazione emotiva, dunque, é la strada maestra per crescere adulti con una buona maturità relazionale e con senso di responsabilità.
Trasmettere il valore della valutazione come strumento di misurazione non come giudizio sulla persona, far apprendere che difficoltà e pressioni fanno parte dell’esistenza di chiunque e che una vita senza attriti e inciampi é una vita non vissuta. A tutto questo sono chiamati i docenti di oggi.
Non a caso lo psicologo statunitense D. Goleman, nel suo libro Intelligenza emotiva, scrive: “Il modo in cui l’insegnante gestisce la classe […] è per sé stesso un modello, una lezione di fatto, di competenza emozionale o della sua mancanza”.
É necessario, dunque, attenzionare maggiormente la dimensione emotiva degli studenti affinché la scuola non sia solo il luogo di trasmissione del sapere ma diventi una palestra di vita.
Per far questo occorrono educatori autorevoli ed empatici, lo ripeto, essere ottimi conoscitori della materia e saperla insegnare non è più sufficiente.
Servono guide che suscitino la stima della classe: solo così i ragazzi seguiranno il tuo esempio e i tuoi insegnamenti.
Ma qui si apre una parentesi scomoda sui meccanismi di selezione degli insegnanti.
Non mi resta che dirti …. To be continued.
Ti abbraccio
P.s: curiosità dal mondo del diritto
Sapevi che esiste una legge nel nostro ordinamento che dà valore alle competenze non cognitive?
Si tratta della legge 2782/2022 «Disposizione in materia di insegnamento sperimentale dell’educazione all’intelligenza emotiva nelle scuole di ogni ordine e grado» approvata all’inizio del 2023.
La legge intende ampliare il bagaglio delle soft skills essenziali a scuola e nella vita. Tra queste ha un ruolo centrale l’empatia, la capacità di vestire i panni altrui, sentirne, riconoscerne e condividerne emozioni e sentimenti, imparare a vivere il gruppo in un’ottica inclusiva e democratica.
Sviluppando l’intelligenza emotiva i ragazzi possono acquisire maggior consapevolezza di sé, raccontare il proprio vissuto senza giudicarlo e accettare con pazienza e perseveranza la complessità del reale.
É solo uno dei primi argini normativi indispensabili per evitare la deriva che rischia di travolgere intere generazioni. Attendiamo fiduciosi altri interventi del legislatore in questa direzione.







