Amori miei,
Vi scrivo in una delle mie solite albe pensierose, dalla finestra osservo il mare e i colori del cielo che conducono la giornata verso il suo inizio.
Penso alle ragazze che diventerete ed è a loro che oggi mi rivolgo rompendo un silenzio che dura da un anno, complicato e sofferto.
Proprio per questo riparto con una lettera alle donne che sarete. Il vostro futuro è la mia speranza.
Voglio raccontarvi perché, quando eravate piccine, i social network mi parevano una terribile minaccia.
Nelle aule delle scuole respiravo l’ansia giovanile di dover essere sempre perfetti e performanti. Vedevo adolescenti rapiti dalla necessità di piacere, schiacciati dal peso del costante confronto, impegnati a annullare se stessi per avvicinarsi a standard ideali. Ideali, appunto.
Nel cuore dei loro anni migliori, assistevo ogni giorno a un lento spegnersi di sorrisi. Come se il mondo reale, nella sua imperfetta unicità, non fosse posto per loro.
In quel periodo, iniziarono le vostre prime domande sui social: “mamma cos’è Tiktok?”. Da lì a poco: “mamma Giorgia l’ha visto su Tiktok, posso vederlo anche io?”.
E così mi trovai, ben prima del previsto, a fare i conti con una realtà che mi spaventava molto.
Ad ogni vostra richiesta seguiva il solito “non ancora”. Vi sarò sembrata severa e ingiusta quando a molti era concesso ciò che a voi veniva costantemente negato.
Siete ormai grandi e credo possiate capire il significato dei nostri divieti. Barricate erette per proteggervi da uno strumento che creava dipendenza, influenzando pensieri ed emozioni. Ogni scelta è stata guidata dalla volontà di difendere l’immenso valore della vostra individualità, fatta di storture, limiti e sbavature che, a quell’epoca, non andavano un granché di moda. Non potevamo permettere a un algoritmo di decidere cosa avreste voluto diventare.
Dopo anni di apatia e omertà, venne introdotta una regolamentazione più severa sull’uso dei social, una sorta di scudo legale a tutela di bambini ed adolescenti. Si comprese, con un imperdonabile ritardo, che ciò che per 20 anni avevamo definito “social” aveva alterato ogni meccanismo di socialità alla base della crescita di qualsiasi ragazzo trasformandosi in un potente generatore di una disarmante solitudine di massa.
E così, da madre e da docente, applaudii a quelle restrizioni volute dal legislatore comunitario, pur nella consapevolezza che nessuna legge avrebbe potuto risolvere del tutto il problema. Mi parevano un primo passo, un aiuto per tutti i genitori desiderosi di regalare ai propri figli un’autentica socialità, fatta di carne viva, sguardi e odori.
Mi leggerete da adulte.
Il mio auspicio è che viviate in un mondo in cui il valore di un individuo non viene più misurato dal numero di followers e di like.
Vi immagino capaci di osservare le pieghe di uno sguardo, leggere i silenzi di una persona, guardare oltre la siepe dell’apparenza.
Vi spero autrici della vostra essenza.
E mi auguro con tutto il cuore che possiate capire questo: tutti i limiti e divieti imposti da mamma e papà, difficili da dire e da far rispettare, erano semplici “no d’amore”.
Vi abbraccio,
Mamma.







