Lavoro e Diritti

Il caso Pelicot. Uomini e cultura patriarcale

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Caro signor Laculturapatriarcalenoncentra,

ho deciso di chiamarti così dopo essermi tristemente resa conto che hai svariati nomi e identità.
Sei il giornalista, l’opinionista, il politico, lo sconosciuto intervistato al telegiornale, ma anche quello di cui ho colto involontariamente una conversazione al tavolo di un bar: “queste femministe hanno rotto il …. con sta storia del patriarcato”. Siete in tanti ad essere convinti che il caso di Gisèlle Pelicot non abbia nulla a che fare con la cultura patriarcale.
Per coloro che non la conoscessero, la signora Pelicot è stata stuprata per più di 10 anni da oltre 50 uomini ai quali veniva offerta dal marito che la drogava per poi proporne il corpo privo di sensi con un annuncio su internet. Bastava un click per prendere parte a quello che è stato definito in modo tanto efficace quanto raccapricciante “banchetto domestico”.

Nei dibattiti in tv, così come nei dintorni del Tribunale di Avignone (tribunale che, pochi giorni fa, ha condannato il signor Dominique Pelicot a 20 anni di reclusione e gli altri imputati a pene dai 3 ai 15 anni), l’atmosfera era quella di un incontro di pugilato. Tensioni e parole pesanti hanno decretato per l’ennesima volta il trionfo della retorica basata su stereotipi e divisioni.
Non condivido minimamente la tua idea ma vengo in pace, nel tentativo di farti comprendere la mia senza essere insultata per l’ennesima volta (dovrei essermi abituata ormai, ma fatico ad accettare le bassezze dell’animo umano).

Ascoltare è la necessaria anticamera di qualsiasi giudizio che non voglia essere un pre-giudizio. Non sono una psicologa né una criminologa. Non ho alcuna competenza per ipotizzare cosa abbia spinto questi uomini ad abusare di un corpo esanime. Non voglio nemmeno farmi influenzare da quanto ho letto. Ti dico semplicemente la mia sperando che tu mi voglia ascoltare.

Troppo comodo dire che sono mostri

Facile condividere le parole di Stéphane Babonneau e Antoine Camus, avvocate di Gisèlle Pelicot; più complesso comprendere la posizione dell’avvocata Bèatrice Zavarro che ha tentato l’impossibile: difendere il “mostro”.

E invece voglio partire proprio da lei, che è stata travolta da una gogna mediatica per il solo fatto di aver accettato di difendere il signor Pelicot.

“Nessuno è stato manipolato da Pelicot e nessuno si è mai posto il problema del consenso di sua moglie. Era un uomo violento? No. Ha minacciato qualcuno? No. È responsabile dello stato d’animo di tutti gli altri? No”.

Non sto difendendo il signor Pelicot ma ritengo fondamentale questa dichiarazione per evidenziare due aspetti:

1.Il signor Pelicot non è un mostro.

2.“Nessuno si è mai posto il problema del consenso di sua moglie”.

Pelicot e la banalità del male

Nel libro “La banalità del male”, H. Arendt definisce il gerarca nazista Eichmann come un uomo comune e mediocre.

L’immagine del mostro, per certi aspetti, rassicura poiché ci consente di identificare il nemico in un’entità altra da noi che nulla a che fare con la natura umana.

Invece, nella ricostruzione di Arendt, non serve essere mostri poiché anche persone all’apparenza normali possono commettere azioni indicibili. Che si tratti, come nel caso di Eichman, di individui che obbediscono passivamente ai propri superiori oppure di chi é così superficiale da non interrogarsi sul valore morale della sua condotta, poco cambia: il male non presuppone necessariamente patologie e mostruosità. Questo significa che ciascuno di noi può essere in potenza una persona maligna nella misura in cui non si pone il problema della propria responsabilità etica, non adopera empatia e pensiero critico per analizzare le conseguenze delle sue azioni e il punto di vista altrui.

Senza che lei lo sappia: il problema del consenso

Somministrare abitualmente sonniferi alla moglie. Lei non sa, é talmente ignara da temere di essere malata, di avere una malattia neurodegenerativa.

Noleggiare gratuitamente uomini desiderosi di fare sesso con un corpo addormentato. Lei non sa.

Chiedere esplicitamente a queste persone di non utilizzare alcuna precauzione, anche se sieropositivi o malati di sifilide. Lei non sa.

Filmare l’atto sessuale tra un uomo cosciente e una donna incosciente, cioè una donna che non ha contezza di quanto stia accadendo.

Scambiarsi un corpo, come se fosse un oggetto dato in prestito a macabri collezionisti. Lei non sa.

Appartenere ad un gruppo che, non a caso, il signor Pelicot ha eloquentemente denominato “Senza che lei lo sappia”.

In questa vicenda il consenso femminile é stato del tutto bypassato per una ragione molto semplice: nei secoli, la cultura patriarcale ha convinto molti della sua inutilità. I 51 condannati lo hanno confermato in tribunale: nessuno di loro si è posto il problema di capire se Gisèlle fosse d’accordo, per loro è stato sufficiente sapere che lo fosse il marito.

Ecco perché ritengo che l’avvocata del signor Pelicot abbia ragione: il suo assistito non ha obbligato nessuno e non siamo in presenza di individui intrinsecamente cattivi. Solo la banalità di persone normali (padri di famiglia, incensurati, regolari lavoratori) che hanno anteposto egoisticamente le loro fantasie al rispetto della vita altrui in una grave inversione valoriale.

Così come ha fatto Dominique Pelicot: utilizzare sua moglie per dare sfogo a una sua incontrollabile pulsione.

Ecco, ora ti io detto la mia. Forse continuerai a darmi della femminista in tono dispregiativo e della misandrica ma non più perché ignori la mia posizione. Se sarà così, caro Signorlaculturapatriarcalenoncentra, la tua opinione sarà la miglior conferma che nelle tue vene scorre così tanta cultura patriarcale da non esserne nemmeno più consapevole.

Pericolosa, e direi anche banale, fusione di ideologia e identità.

Confidando in un tuo ravvedimento,

Ti abbraccio

P.s.

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida”, come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale”
H. Arendt

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