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Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio

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Essere genitore oggi

Genitore: una tra le parole più responsabilizzanti al mondo.
Diventare genitori significa allenarsi a convivere con un costante senso di inadeguatezza, trasformando il dubbio in un compagno di viaggio che mai ti lascerà.
Ripenso ogni giorno al mio approccio educativo, mi interrogo costantemente su come il mio essere genitore possa influenzare la crescita delle mie bambine.

Per questo non mi sento di giudicare una madre solo perché la figlia ha iniziato una relazione all’età di 12 anni con un ragazzo di cinque anni più grande di lei. Indubbiamente stupiscono i 12 anni, un’età in cui si è sprovvisti degli indispensabili strumenti emotivi per non farsi intrappolare in gabbie tossiche.
Ma forse ci si dovrebbe maggiormente allertare vedendo un adolescente a spasso per le vie della città poco prima di consumare il peggiore dei delitti manco fosse un navigato serial killer.

La precocità, dunque, merita una riflessione ma il focus è un altro e si chiama incapacità di accettare un no. Un mancato abbraccio ed ecco l’ennesima tragedia come se le sconfitte non fossero parte integrante del processo di crescita di ciascuno di noi.

La responsabilità di tutto questo non è individuale, é collettiva. Troppo facile puntare il dito contro il singolo individuo, sia esso il genitore della vittima o del carnefice. Non bastano pazienza e impegno, serve un solido contesto perché l’educazione si fa insieme. Secondo un antico proverbio africano:

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, ed è proprio questo il problema, il contesto deprimente che abbiamo costruito.

Come ha scritto lo psicoanalista Massimo Recalcati su La Stampa:

“Noi adulti abbiamo fallito: ai giovani abbiamo lasciato la mancanza di lavoro, un pianeta ridotto al collasso, guerre crudeli, miti fasulli legati al profitto. Abbiamo dato loro un corpo morto da trascinare. Il disagio delle nuove generazioni non può mai essere scorporato dal fallimento delle vecchie”

L’omicidio di Martina Carbonaro riguarda tutti noi

Inutile indignarsi, dunque, di fronte alle immagini di una quattordicenne che passeggia con il suo omicida mangiando un gelato poco prima di essere letteralmente massacrata.
Ci saranno sempre più Martine finché l’educazione affettiva non verrà inserita nei programmi scolastici. Si può fare qualcosa e questo qualcosa si chiama prevenzione.

Ragazzi (e adulti) irascibili, permalosi e poco avvezzi a controllare le proprie reazioni.

Limite della frustrazione al di sotto dei minimi storici.

Cronaca che quotidianamente ci restituisce uno spaccato di una società incivile, in cui la violenza sembra essere diventato il canale comunicativo vincente.

Genitori incapaci di costruire un autentico rapporto con i propri figli sempre più abituati a vivere al di fuori dallo spazio e dal tempo, dimensioni annichilite dalle nuove tecnologie. E così gli adulti, invece di costruire, lavorano in difesa e i ragazzi non imparano la bellezza del faticare.

“Ragazzi, cos’è la legalità?”

É la domanda che ho posto ai miei studenti in occasione della Giornata della legalità dopo aver mostrato loro una breve ricostruzione della strage di Capaci.

“La legalità é quando non c’è illegalità”.

“Se non vi viene in mente altro, allora provate a dirmi cosa significa per voi illegalità”.

Una pioggia di risposte.

La maggior parte dei miei studenti e studentesse ha definito la legalità attraverso una dettagliata analisi del suo opposto. Come a dire…. C’è una chiara consapevolezza solo di cosa non si debba fare.

Educare alla legalità non significa sciolinare una serie di sterili divieti bensì spiegare il senso della responsabilità individuale affinché i ragazzi  comprendano l’intrinseco valore delle norme e le vivano come strumenti posti a presidio del benessere collettivo, non come fastidiose forzature.

Educazione all’affettività e alla legalità, dunque, non possono prescindere l’una dall’altra e costituiscono gli unici  strumenti a nostra disposizione per cercare di raddrizzare le storture sotto gli occhi di tutti.

Le nuove generazioni devono sentire ciò che giusto poiché la legalità è un sentimento che trae origine da un preciso ordine culturale.

La precocità dei giovani d’oggi è senza dubbio una questione da affrontare ma non é il problema principale. Anzi, proprio perché si tende ad anticipare molte esperienze, é ancor più importante fornire ai giovani gli strumenti per sviluppare un pensiero critico ed essere capaci di dare un nome a ciò che provano.

Chiudo in modo forse un po’ brusco ma mi viene esattamente così: urge dialogare con i nostri figli  poiché dal confronto potranno trarre una maggior consapevolezza delle loro azioni e delle conseguenze di esse.

Perché …..dove scarseggiano le parole prevalgono gli impulsi.

E quando la ragione non riesce a tenere a bada l’istinto significa che l’essere umano ha perso la capacità di pensare i pensieri.

Ti abbraccio

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