La scuola sta per finire
Le teste di molti studenti sono già al mare.
Osservo i ragazzi con quel pizzico di malinconia da ricordo, vorrei poter assaporare nuovamente la leggerezza del dolce far niente, ma il mio cervello lavora anche la notte da quando sono mamma.
Come ogni anno per milioni di genitori é iniziata da tempo la gara ad accaparrarsi il posto a grest e centri estivi per i figli.
Per i più fortunati, quelli per intenderci che non hanno esigenze lavorative impellenti o che possono contare sul supporto dei parenti, si tratta solo di offrire occasioni di divertimento e apprendimento ai propri bambini.
É il mio caso, la pausa estiva coincide con lo stop (un po’ forzato) delle mie attività lavorative già ampiamente modellate sul ruolo di mamma. Una fortuna, certamente, che tuttavia ha un costo, ma andiamo per gradi.
Per tantissimi altri è indispensabile organizzarsi settimana per settimana, da giugno a settembre: un gioco di incastri, di orari pianificati al dettaglio e soprattutto una spesa non indifferente per molte famiglie.
Caro grest quanto mi costi?
L’offerta dei centri estivi nel tempo si è notevolmente ampliata nell’ottica della diversificazione.
Da piccina Pocket, la mia migliore amica, ed io frequentavamo il grest della parrocchia: palla bollata, tana libera tutti, canti, pane e cioccolata…e ci sembrava di toccare il cielo con un dito.
Oggi si va dal multisport, ai grest a tema arte e natura, passando per corsi di musica, teatro, inglese e molto altro. Chiaramente questo ha un costo. Accanto alle proposte più articolate, troviamo poi i centri estivi tradizionali e quelli convenzionati con i Comuni che offrono meno servizi ma a costi più contenuti.
Quanto si spende per queste attività?
Adoc (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori) ed Eures (Ricerche economiche e sociali) hanno stimato i costi medi dei centri estivi in Italia nel 2023, distinguendoli tra quelli convenzionati e non.
Nel primo caso, grazie all’intervento del Comune, il costo medio per una settimana a orario pieno é pari a 50 euro.
Nel secondo la spesa é quasi triplicata: 140,50 euro in media che si riducono a 95,80 in caso di mezza giornata.
Calcolatrice alla mano: la pausa estiva italiana dura 12 settimane. Supponendo che in questo arco temporale una famiglia organizzi le sue vacanze e che iscriva il proprio figlio solo a 8 settimane su 12, l’esborso sarà pari a 400 euro per centri estivi convenzionati e 1124 per la seconda categoria. Si tratta di una ipotesi piuttosto utopistica poiché si basa sull’assunto che per le altre 4 settimane ci siano i genitori (domanda: quanti possono godere di un mese di ferie?).
Mi fermo al primo figlio, dal secondo in avanti si ottiene un piccolo sconto sulla tariffa, di norma non superiore al 5%. A te l’onore di fare due calcoli.
Un salasso, soprattutto perché sono percentualmente poche le famiglie che riescono ad accedere ai bandi pubblici per usufruire di prezzi calmierati dai fondi comunali.
E i genitori che non lavorano?
Quando sento questa frase “sei fortunata ad avere così tante vacanze”, capisco di non essere capita, perdona il gioco di parole.
E questo vale per i molti genitori, principalmente le madri sulle quali ricade la cura dei figli d’estate.
Giornate interminabili in città, bambini annoiati, se figli unici anche isolati, se con fratelli e sorelle troppo impegnati a litigare.
Farsi una doccia degna di chiamarsi tale? Un miraggio.
Leggere due pagine di un libro senza i soliti 30 mamma al minuto? Fantascienza.
Questa è la situazione tipo.
“I problemi veri sono altri”, mi sono sentita dire spesso. Io preferisco “i problemi gravi sono altri” perché l’essere considerata in vacanza per 3 mesi e il “beata te che non lavori d’estate” sono anch’essi un problema. Una presa in giro che non rende giustizia al carico mentale elefantesco e alle numerose ore di lavoro non retribuito gravante, nella maggior parte dei casi, sulle donne.
Solo per darti una idea: negli ultimi dieci anni l’indice di asimmetria del lavoro famigliare (indicatore che misura il tempo dedicato da entrambi i genitori alla cura dei figli, alla casa, alla spesa) si è ridotto di soli sei punti percentuali. Ovviamente il divario é a scapito della donna.
Si potrebbe aprire un’enorme parentesi sulla rilevanza del lavoro gratuito (mansioni domestiche, cura e accudimento) per il funzionamento dell’economia.
Abbastanza evidente anche il nesso tra la ripartizione squilibrata del lavoro domestico e le dinamiche occupazionali sempre connotate da scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, disparità e discriminazione.
Ma basta questo: come moltissime madri non voglio rinunciare proprio a tutto, così mi ritrovo a coltivare le mie passioni all’alba. Studiare, aggiornarmi e scrivere nutrono la mia anima, la mia felicità non può prescindere da queste attività. E così preferisco rinunciare al sonno. Concorderai con me che qualcosa non funziona.
Rimane la consapevolezza dell’enorme fortuna di potermi godere le mie figlie.
Ma rimane anche chi mi/ci considera donne sempre in vacanza.
Ti abbraccio e ti aspetto venerdì per capire insieme a che punto siamo nel dibattito sulla rimodulazione del calendario scolastico italiano.








1 Commento. Nuovo commento
Chissà perché tutte preferiscono lavorare invece che crescere i figli…riflettete. non è per niente banale. A parte x persone che non possono permetterselo…il lavoro della mamma tutto fare non è retribuito….ne tantomeno capito. Meditate