Ciao Silvia e grazie per questa bella chiacchierata insieme. Partiamo da chi sei e cosa fai nella vita.
Scrivo libri di narrativa, sono una giornalista, faccio ricerche sul tema donne e lavoro e come speaker divulgo i miei approfondimenti, inoltre mi occupo di comunicazione anche come formatrice sia nelle aziende che con percorsi individuali. Per sintetizzare, dico che lavoro con le parole. E sono toscana.
Raccontaci come è nata l’idea di Equilibriste.
Sentivo la necessità di raccontare le donne attraverso il quotidiano, avevo voglia di mettere in un libro personaggi che vivono la vita vera, a volte sostenibile e a volte complicata, di chi si muove tra famiglia e lavoro. La ricerca di un equilibrio personale in cui comprendere i nostri affetti ma anche gli impegni, la professione e gli svaghi è un tema che mi piace approfondire, lo faccio con diversi strumenti e linguaggi, in questo caso con la narrativa.
La prima questione che vorrei affrontare con te riguarda il tempo. Dal libro emerge chiaramente che una delle principali cause dell’affanno materno sono proprio gli orari, gli incastri. Una vita programmata al dettaglio in cui spesso ci dimentichiamo di respirare.
Che rapporto hai con il tempo? Matilde, la protagonista del tuo libro e madre di tre figli, descrive la sua routine mattutina come una gara a cronometro, ti identifichi in lei?
Il tempo non ha mezze misure, e a partire da questa consapevolezza sono arrivata alla convinzione che o ce lo teniamo vicino o si contrasta. Meglio la prima strada, meglio farci i conti con il tempo. La protagonista del libro ha una famiglia numerosa, il lavoro, cerca spazi per sé quindi a volte è strangolata dal tempo che scorre, che non basta, che non aspetta. Tuttavia la sua storia ci porta sulla strada di una possibilità diversa: si può venire a patti con il tempo, cioè non farsi strangolare dalle ore che vanno via e non sono sufficienti a far tutto. In maniera ironica la protagonista Matilde racconta le sue corse quotidiane e poi in verità ricerca un modo sostenibile per non dover rinunciare a niente, almeno per gli ambiti più importanti della sua vita. Che poi sono quelli comuni a molti di noi. Spero che la storia di Matilde Magnifico aiuti molte donne e coppie a farcela un po’ meglio. Il mio rapporto con il tempo? Ci rincorriamo! A volte sono campionessa di ritardo a volte voglio giocare all’anticipo. La verità? Quando possibile lo ignoro, quando non è possibile cerco di adattarmi.
La scarsità di tempo “calmo” é una delle cause dei sensi di colpa delle madri, convinte di non fare abbastanza, di non essere sufficientemente presenti per i loro figli. Riporto un passaggio nel quale mi sono ritrovata in pieno.
“Il senso di colpa di una madre è un dolore fisico, è come un colpo della strega che ti fredda quando meno te l’aspetti. Lo sento salire dalla bocca dello stomaco e schizzare come una colonnina di mercurio a mezzogiorno in mezzo al Sahara. II senso di colpa si prende il fiato, aggredisce a sorpresa e tocca l’unico nervo che rimarrà sempre scoperto, quello materno. In anatomia non esiste perché è come il sesto senso: tutti lo abbiamo, ma si attiva solo quando dobbiamo contrastare la nostra vulnerabilità”.
Mi piacerebbe conoscere la tua opinione al riguardo.
Il senso di colpa è cosa umana. Meglio saperlo e prenderci le misure. Tuttavia non credo che il senso di colpa abbia a che fare solo con il tempo, con le ore che trascorriamo a fare altro rispetto a stare con i figli e la famiglia. E’ un sentire profondo. In superficie percepiamo il senso di colpa come una impossibilità a fare tutto, a volte pensiamo persino di doverci suddividere in chissà quante persone o funzioni, invece ritengo che il nervo davvero scoperto – come dice la protagonista del libro – sia il nostro schema emotivo.
E’ un meccanismo interiore da mettere in equilibrio per poter trovare anche uno schema mentale che funzioni e che ci soddisfi per poter affrontare con una certa serenità i nostri vari impegni e goderci gli affetti. Nelle nostre giornate possono essere molti gli elementi che concorrono a farci sentire più o meno forte il senso di colpa materno. Matilde nella storia di “Equilibriste” spesso ne parla con Mia, il personaggio fuori campo con cui si confida e dalla quale prende spunto e consiglio. E’ un buon modo, l’ho messa nel libro eppure mi piacerebbe che esistesse nella vita reale una Mia che ci aiuta a superare certi ingarbugliamenti.
Matilde fatica ad essere una mamma lavoratrice. Del resto la conciliazione tra famiglia e carriera é un tasto dolente per milioni di donne.
Il 6 maggio Save the children ha pubblicato la decima edizione di “Le Equlibriste”, report sulla condizione delle lavoratrici italiane. Dall’indagine emerge che l’Italia è 96ª su 146 Paesi per la partecipazione femminile nel mondo del lavoro e 95ª per gender pay gap. Il 26,6% delle donne è a rischio di lavoro a basso reddito (contro il 16,8% degli uomini).
Diventare madri riduce ulteriormente le già scarse opportunità occupazionali, non a caso 1 donna su 5 lascia il proprio lavoro dopo aver avuto il primo figlio. Come giornalista esperta in materia cosa pensi di questi dati?
Purtroppo sono dati che continuano a segnalare una distanza tra il percepito sociale e il vissuto individuale. Proviamo a dirlo con altre parole. A fronte di leggi maggiormente garantiste che in passato sul fronte donne e lavoro, regolamenti più attenti alla parità di genere, interventi formali intorno alla questione femminile in ambito professionale, a fronte di tutto questo c’è una quotidianità molto complicata che le donne di oggi spesso devono affrontare, ancora di più quando hanno figli. I dati dicono di molte dimissioni dal lavoro negli anni in cui una donna diventa madre, i numeri intorno alla maternità si abbassano o addirittura si arrestano quando si abbinano al mondo del lavoro. Credo che intanto possano essere almeno un paio gli interventi da mettere in pratica e da portare avanti con grande determinazione: da una parte la cultura intorno alle donne e al mondo del lavoro. Che non è “cosa da donne” o roba culturale quindi di scarso valore. Tutt’altro. Credo nella necessità di far avvicinare e scambiare il più possibile fra uomini e donne. Lo ritengo un percorso fondamentale e necessario, trasversale a tutte le età, a tutti i settori professionali, produttivi e di lavoro in genere. Eventi, corsi, formazione, arte, studio, linguaggi, esperienze. Tutto serve a raccontare il lavoro e le donne, con e senza maternità. Poi c’è un’altra cosa da fare, sentiamo la necessità di politiche di sostegno per la maternità e per le coppie di oggi, famiglia e lavoro è un binomio che ha un peso enorme in termini di ricadute economiche, sociali e politiche, sia nell’immediato che nel prossimo futuro. Non sentiamoci arrivati ma facciamo strada insieme.
Passiamo ad un’altra questione importante, il rapporto con la tecnologia. I nostri figli sono attratti da telefoni e tablet fin dall’infanzia. A tal proposito, quanto pensi possa contare l’esempio che diamo ai nostri ragazzi?
Matilde é piuttosto infastidita dall’uso dei videogiochi da parte del figlio ma è lei la prima ad essere spesso alle prese con lo smartphone per motivi professionali.
Come possiamo sottrarci a un mondo, lavorativo, ma non solo, che ci vuole sempre connessi?
La tecnologia è uno strumento che ci aiuta in tanti ambiti della vita, lavorativa e no. D’altra parte è uno strumento potente e può diventare totalizzante, dipende se vogliamo utilizzarlo o lasciarci incantare. Credo che serva una sorta di strategia, mi riferisco agli adulti, che ci rimetta in posizione consapevole rispetto alla connessione continua, anche qui no trascinati, ma parte attiva.
Allora siamo in grado di essere esempi credibili e positivi anche per i figli. Nel libro “Equilibriste” c’è un capitolo interamente dedicato alla tecnologia fra casa e lavoro ma è un argomento che ricorre più volte e in vari modi nella storia di Matilde e degli altri personaggi. Credo che la ricerca del proprio equilibrio oggi passi anche attraverso scelte chiare e consapevoli di che cosa fare con tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo a portata di mano tutto il giorno.
Parliamo ora di MIA, acronimo di Mum Intelligence Agency, una sorta di ghost mum esperta che si confronta con Matilde e la supporta nei momenti di difficoltà.
Come ti è venuto in mente di creare questo personaggio invisibile?
Nella storia di Matilde Magnifico, della sua famiglia e del suo lavoro mi sono accorta che serviva una dimensione fantastica, immaginaria. E’ una risorsa che consente ai lettori di entrare dentro ai personaggi e alle loro vicende ma anche di evadere e di lasciarsi trasportare dalla fantasia. Mia è una voce astratta, un personaggio fuori campo, per certi versi è l’intelligenza artificiale delle donne “equilibriste”. Credo che la lettura sia più efficace se insieme al quotidiano verosimile c’è anche l’immaginazione.
Equilibrio é forse la parola chiave del tuo libro. Quando Matilde afferma: “sogno un paio di décolleté di vernice con tacchi alti, altissimi, su cui stare in equilibrio”, MIA le risponde saggiamente: “non credo, cara, che l’equilibrio sia una questione di scarpe”.
Ritengo che tutti, maschi e femmine, abbiamo il diritto di ricercare il nostro equilibrio. Che non vuol dire toglierci di dosso alcuni ruoli, rinunciare a certi momenti e magari soffrire per averlo fatto. L’equilibrio è uno stato che ci appartiene perché lo scegliamo, o lo inseguiamo, ogni giorno con cura e dedizione. E’ qualcosa di molto vicino a un bisogno.
Matilde è costantemente alla ricerca di un aiuto esterno: un aggeggio repellente all’ansia e alla paura, uno strumento salvamamma, una parola di conforto da parte di MIA. Quale è la tua personale concezione di equilibrio? Come poterlo raggiungere? E soprattutto, ritieni che il nostro equilibrio possa dipendere da fattori esterni, si tratti solo di una condizione personale o sia un mix dei due?
Mia, il personaggio fantastico che dialoga con la protagonista, andrebbe clonato e reso possibile per tutti. E’ una “presenza” che guarda, osserva, comprende e non giudica. Anzi, suggerisce altri punti di vista, accompagna e sostiene. Sarebbe meraviglioso avere una Mia a portata d’orecchio e di cuore. Quanto all’equilibrio, credo che sia una cosa che ci appartiene talmente da non poterlo far dipendere da nessuno. Magari è un percorso faticoso, ma rinunciare a raggiungerlo credo che sia molto peggio.
Cosa troverà una madre nel tuo libro?
Una storia divertente e realistica in cui rivedersi. Troverà spunti di riflessione e strumenti per migliorare la ricerca del proprio equilibrio. Troverà un nuovo punto di vista con cui osservare le proprie giornate tra famiglia, lavoro e passioni. Inoltre vorrei che “Equilibriste” fosse un libro da cui partire per fare ancora cultura intorno alle donne e soprattutto per fare rete con altre madri lavoratrici che stanno camminando su binari paralleli al nostro.
Sto organizzando raduni per allargare la rete delle donne con molte professionalità da mettere in campo. Seguiamoci attraverso i canali social e il web e allarghiamo il giro, quindi le conoscenze e pure le competenze.
Tre motivi per i quali dovremmo leggere Le equilibriste o regalarlo a una madre (mi permetto di aggiungere che anche a un padre non farebbe male).
E’ utile. Equilibriste non dà messaggi di pesantezza, è un libro che può anche ispirare nuovi passaggi e ovviamente nuovi equilibri nelle cose di tutti i giorni. E’ comodo e si può leggere anche se si ha poco tempo a disposizione dato che la struttura in brevi capitoli corrispondenti a situazioni e momenti ben definiti consentono di leggere anche solo qualche pagina senza mai perdere il filo o l’identità dei personaggi. E’ divertente perché ritengo che con l’ironia si possano affrontare argomenti consistenti come quelli che ci riguardano ogni giorno, tra famiglia e lavoro, tra vita e professione. E’ un libro anche per i padri? Certo, sia per essere più consapevole del proprio ruolo nel movimento famiglia-lavoro-passioni sia per essere maggiormente in sintonia con la propria “equilibrista”.







